liberare i pesci

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Medea, stavolta, è un uomo.

Il tradimento è una donna che tiene i figli come: suoi.

Medea indossa calze di nylon rosse. Al tramonto: tira le reti: quelle sbucate.

L’arenile è un fatto privato dietro il municipio. Non ci sono scritture

a registrare l’atto.

Depositare certi semi è come la cenere dei morti.

L’arenile è un fatto pubblico, la democrazia liberata dalla sua stessa ragione.

Medea, stavolta, è un uomo; nato da femmina.

Indossa calze di nylon rosse. Al tramonto di Magma: tira le reti. La libertà

è nel mare: liberare i pesci. [spargere i semi, come la cenere

Mentre la terra sgozza il sole d’un taglio svenente.

[…]

L’alba tornisce le spalle. Stavolta sono solo piccoli; prima di maschio, prima di femmina.

L’arenile è un fatto scalzo. prima di scarpe.

Impronte.

com’è la cenere?

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espropriandomi dentro

oggi scrivere gira a vuoto. questo spazio va chiuso perché la scrittura abbia risvolti. privatizzare senza privare è l’esposizione pubblica. Intimare ha urgenze d’espropriazione. privatizzare privando l’accesso. dietro il risvolto nulla. […]

scrivere oggi: combaciare […]

questo spazio va chiuso. espropriandomi dentro.

30/11/2017

[…]

Questo mattino

ci si sveglia già coi panni addosso. e la neve nelle tasche.

non ho le tasche. e la neve.

fa sei gradi in meno. per occhio. le stesse scale. un occhio

pelvico d’azzurro; non schiara. si scioglie neve

nelle tasche. giusto il tempo dei panni

addosso. non corretto […] bevo.

[…]

 

 

cominciate a mancarmi

Cominciate a mancarmi, mentre inizio a distinguervi

nel fermo immagine che mi resta di oggi, col suo movimento.

Non trattengo i nomi, non ancora quelli, forse di tempo

non ne avremo, per segnarci qualche appunto d’eternità,

se avrò da dirvi “arrivederci”; mancando il certo del rivederci.

Potrei restare, scegliere e dimenticare come va il mondo, o

questa quota di mondo che chiamiamo Paese. Ma nel paese del

lavoro il lavoro non è mai certo e il miglior partito sembra

permanere altrove. sempre che accada. e manco è fortuito,

come a volte si crede, l’accadere. Allora avrei altri cuccioli

da tenere a mente. ‘Cuccioli’, mi ha chiesto ieri C. quanti anni

avete, ma novant’anni non l’escludere: li avrei chiamati ‘cuccioli’.

Quanti anni sono che lo chiamiamo paese? Se ogni mondo è

paese, ci ritroveremo, forse. Poi riconoscerci, chissà.

Il professor S. M. non mi ricorda, ma ha il sorriso di quel tempo

che si era maestro e cucciola, e con quel sorriso (lui che non sorrideva,

in classe mai) mi ha sorriso mentre insegno Lettere – lui sempre Scienze – e mi

ricordo “La cellula”. [   ] Mi ricordano le cellule; ci ricorderanno;

se avrò da dirvi “arrivederci” […]

Cominciate a mancarmi, mentre inizio a distinguere

nel fermo immagine il movimento vitale: tutta la vostra

vitalità

corrispondenze

[…]

trasmigra impietosa, quando trasmigra, felicità. e

il sottofondo di gioia pare spauracchio di vita su cui

posano gli stanchi uccelli in certe sere tramontate: di

una bellezza disarmante gli artigli aggrappati alle

braccia degli amici, dei fratelli, degli amanti, che

s’amarono d’un tempo; i veri amici, i fratelli in prestito

dal sangue altrui, e gli amanti, quelli dei tramonti fatti

d’alba. Posano stanchi gli uccelli, ma posano,

con gli artigli aggrappati allo spauracchio di vita,

con la pelle in prestito e a memoria

delle braccia altrui. […] C’erano i nomi, c’erano le parole,

pure quelli inventati, e non facevano parola, mentre

c’erano le cose, c’erano i corpi, le corrispondenze […]

 

lascia i fiori sui morti, non portarli sui vivi,

lascia i fiori sui vivi, i fiori di campo, i fiori

dei morti, coi nomi inventati, corrispondenze

[…]

 

 

e tu che strilli

Vanno prese le mani e gettate all’aria. gettate all’aria con
tutto il, tutto, con le mani prese, con l’aria gettata, con la poesia
che non viene, che va di slancio e vanno prese le mani
gettate all’aria con tutto il tutto e la poesia che non viene, da
lasciarla stare, da lasciare le mani, lo slancio, e tu che brilli,
non cadi, disinnescati i desideri. E tu che strilli. [È così
la gioia? (pur infelici?)] È così

la gioia? [Ecco, si?]

io che non scrivo, nella mia lingua, mai

<<vulesse sta ittata dint”a ‘na cunnulella ‘e munno.

comme ‘na mappata ‘e panne spuorche, fetiente ‘e

fatica, d”a fatica cchiù ‘nfame c”o sanghe all’uocchje.

E fa d”o pizzo a riso l’urdema ricchezza d”o suonno:

quanno s’allicorda, isso sulo, sunnanno sunnanno

[…]

‘a medagliella ‘ncanna e ‘o sciore ‘e mare […]>>

 

Io che non scrivo, nella mia lingua, mai. Pecché

vulesse sta sulo ittata, comme ‘na mappate ‘e panne

‘into ‘o scuro ‘e ‘na casa, scurdata all’uommene.

 

E n”o saccio scrivere, nemmanco, n”o saccio scrivere

nella mia lingua, senza errori

 

<<m’aggja sbagliato a nascere e n”o sapevo>>

 

pietà