Tirami la gonna (sotto campana nascondo nebulosa aracnide)…

…Conosco dove? Nei:

 

bui precipizi – nascondini – vedersi è

correre, in gravità assecondami

inciampo, respingo caduta a – pelle –

solidale volo: sei

viso, sovrastante

impresso di

me

ti ri/corderai, domani? Mollami

ora, campana sbalzata

in colatura

aracnide, stella (!) sorrido

eleganze gessate, d’asfalto,

gettato – tutti a terra -:

 

BELLO

….

 

 

 

 

Annunci

Versami te

….

Affidarsi all’ignoto

sì come ciò che appare noto

comprende; affidarsi al fuoco

qual s’alimenta attenzionato

dai sensi; questa tua mente tende

ad additarmi punto punto; non dare

nulla per scontato; non faccio sconti;

abbi a sapere; la conoscenza è un rischio

senza pericolo di perdere, puntualmente,

 

quel che possiede, non possiede.

Versami te.

….

d°’

Al parco

….

C’era una volta…

Ho cominciato a non cancellare

più le parole, per paura di perderle

quando non avrò più che dire e mi

farà paura il tempo passato e non

vissuto come avrei voluto.

Mi sono bagnata le mani, tinta

la faccia d’azzurro, bagnate le

mani di blu trasparente. Si dice

il blu sia il colore del freddo quando

cobalto si fissa negli occhi di

tutti i sogni irrisolti, tra pennelli

puri o impuri, nemmeno al risveglio

quando il colore sa luce. Sono

passata al parco dove le favole

sono appena lo scatto d’un congegno

tra le mani. Quanto umano il suo occhio

dentro la mia risoluzione a

starci dentro per gioco esplorando le

età d’un tempo quand’ogni fiore

aveva un nome diverso dalla

sua specie, apparteneva alla mia

bocca fatata di piccola donna golosa

fra bacche rosse di rosso purpureo,

mollusca lumaca fra odor di petali e

verdure. Ho sporcato le ginocchia

d’erba fresca, scrocchiando le foglie

vecchie come fossero unghie di alberi

cadute alla terra per protezione

dovuta a quei piccoli insetti che

schiacciamo incoscienti della morte

e la vita: sotto i nostri piedi

C’era una volta. Ho cominciato a

non cancellare. L’odore di sesamo.

Apriti sesamo al giardino dell’

eden…

 

 

 

 

 

 

non aprirla mai

….

C’incontreremo tutti un giorno

dove il cervello avrà smesso di

sognare. C’incontreremo un

giorno: un solo confine, sempre lo stesso corpo,

avremo perso tutte le parole, tutti gli sguardi,

selettivi o arroganti, ogni dolcezza, ogni odio,

ogni virtù. Avremo un’uniforme senza forme,

il corpo. Non troverò a parlare la copia di me

stessa, il pappagallo col rampino, ma di natura

umana, donna vestita d’anonimo bianco,

senza colori di per sé, sposa scosciata per

un palmo d’ore tra le braghe fuori nozze.

Ho nascosto in una cartella le mie forme

più belle, perché c’incontreremo tutti un

giorno, ma prima che accada dove sarò?

Ho congelato in una cartella le mie forme

come cristallo ideale; ti do le indicazioni:

“pannello di controllo > opzioni cartella >

visualizzazione >” vedi il fantasma, non

aprirla mai. Conservami in te, qualunque

sia il punto, quell’angolo di muro delle tue

pareti intime, appesa al bolo alimentare, o

alla saliva quando inghiotte ogni emozione

e timore. Conservami in te, qualunque sia

il punto, sempre senza orizzonti, uniforme

senza forme.

Abbiamo fatto tardi per conoscerci, l’ombra era vaga,

la luce acceca, t’ho premuto forte: le mani sugli occhi

non hai detto nome, per non sbagliare nel desiderio de

la visione. Abbiamo fatto tardi per conoscerci;

troppo presto: per ricordare al di fuori dei corpi.

Ho incontrato due suore, a piedi, stasera,

senza cavallo. Ho incontrato due suore,

mentre scrivevo; chissà come si sta

là sotto, lo dico sempre: tra le pieghe

del corpo

….

 

d°’

 

Blu oltremare

….

Ero di basalto nella notte lucida a fanali fossili

sei venuto con mani inzuccherate di cobalto

fredde di giorno, nelle insenature bagnate di marina

molle melma a ogni ritiro d’onde, bassa marea, basso rilievo

a pelle d’acqua, blu d’oceano, sale di ioni, elettrico flusso, mi

strofini, mi fai di lava, scintille: abbiam rifatto gli occhi, le bocche

d’un solo ‘fondo tunnel, le mani calde trecciate a curve calde, abbiamo

teso trappole alle melanconie prima del sonno, abbiamo acceso un

sogno d’intangibile realtà, ed era tutto vero, come si lava il dorso

tra miraggi di fontane ancora pure da cantare, immersi i doni carnati,

di liane avvolti, nei fiati dolci alle durezze di coralli vergini,

di voglie nudi fra le tende auree dei fondali; dove si penetra

la pace di misteri, inesauribili alla coscienza d’ogni ripida emersione

….

d°’

Andamento concitato

“questo scritto l’avevo concepito inizialmente per gioco come canto del disamore (rinarrandomi triste vicende di letterari amanti tra tante spire, nulli allacci), ma mi è piaciuto farne oggi una versione opposta, un canto di passione vivente. Il ritmo va concitato con delle distese… Detto quanto, vi saluto e: spero un morso ramarro segni il vostro fianco migliore… Be’, si: sto studiando anche oggi gli altri animali…”

….

[Con trasporto… TRAM(ONTO)]

Dove c’è sogno: che vieni, di notte, di giorno, di ieri,

tra me, tra gli altri, tra-vagli a vuoto di cosce fesse a 

 stupite voglie, scàlpite e galoppi, [hobby horse, “dance

dance!”] d’uva passa e meriggi: d’arsi letti ramarri;

qui c’è bisogno: che vieni, di notte, di giorno, di ieri,

nitrato d’argento dei miei scatti migliori

fra fianchi a replay, segnati a(l) pe(n)ne per te.//

Non c’è bisogno che ti premuri: per l’età tenere, le tette

minime, i cuori puri, la mantide che giace, temendo-

la donna al fondo, qui c’è bisogno, qui ne ho bisogno://

d’un cero acceso per libagione, per-la passione,

a tempo perso, col vuoto a tendere

la bocca rossa lasciata a cena

che ho preparato: pure per te://

[DI-AVOLA]

un baccanale: balocche voglie

di tutto il corpo come: vorrò:

in questo sabba meridionale

in questa sera del ‘vino amore,

già troppo nero, mai nero, per te. //

[ANGELICA]

Se pensi il tempo mi sai pensare

se pensi il vuoto mi sai trovare

se pensi il gioco ci sono stata

sull’altalena: slancio di te.

Perché c’è tempo, c’è sempre tempo,

come spiegarlo alla volontà?//

[A (DE)RIVA]

Siamo stanchi di rappresentare

solo figure bianche o nere, d’una

partita faccia a faccia, il nulla quadro.

Fai quelle mosse (come ci piace):

un cavalluccio: marino, per me.

….

Salute, d°’

proboscidi

“una notte insonne d’asma e tuttora asma; eppure, l’anima non s’esala, ma incontra l’animale, dall’alba [ALUNNI] al pomeriggio [FOLLOWER] ai fuochi del meriggio [LINGUE  DA  MARE], ed eccomi qua adesso: rifargli ancora il verso… stonato quanto basta ad essere intonato da tutte le nature ed i calienti doni…”

….

[TRA TEMPI(E)]

Sotto la luna nera, sotto la luna bianca,

non ci saranno dèi con teste oscure d’elefanti,

fallocrazie d’amanti troppo governi d’amore;

solo elefanti caldi, proboscidi avvolgenti tra

profilati di colline, senza occlusive protezioni,

quelle mollezze inusitate, virginee pure di metalli//

tra pieghe: il tempo: carmi: negli emisferi degli umani

[il sottonatica, il sottopelle, l’ermafrodito che ricongiunge];

non ci saranno teste: scoperchie a giorno solo a comando,

non vivide di slancio, l’orgoglio spadeggiato, [“la scarpa, allaccia, prego”]

senza gorgheggio a fondo, senza l’affondo dato.//

[SCUOLA. BAMBINI.]

Oggi ho rifatto il verso a tutti quanti gli animali

dopo la notte d’asma, a voce rauca, cavernosa,

riconosceste il topo, l’amore in gioco, il dromedario,

mollezze inusitate, tra terre di bisonte, il pescatore in barca

il pesce d’altomare, il pesce Morgenstern

che ha piedi per la danza, il gambero che avanza

rimesse le paure, fuocato nelle stanze

tra coralline pupe, slacciami il collo

allacciami, serpente assai distratto,

muta fammi, spirami lingue, dei tuoi pazienti doni

[TANGO]

….

d°’