ti pare poco?

“ieri ho fatto un incontro, in tram, uno di quei giovani uomini che tirano a campare col loro borsone pieno di cianfrusaglie da vendere, con la dignità nel corpo, nel pensiero, e una fiducia, che vacilla troppe volte invece a me. “La rivoluzione, ci vorrebbe, la rivoluzione, perché pensate non si può fare?”. Vorrei avere ancora la sua stessa fede nel corpo popolare, nell’effetto d’onde; no, non mi riuscirà questa fede, ma da ieri ho un consiglio d’ascolto di canzoni d’amore, nella lingua della mia terra, in difesa della nostra terra da qualunque finto oblio, e ho una scossa che m’impedisce di […]”

….

dimmi cosa si vede lì sull’altopiano, avrei voluto dirtelo un giorno che

avremmo smesso di puntare agli uccelli di sotto e ci saremmo messi

faccia a faccia, nemico mio, a gambe incrociate, chiedendoci perché

tutto questo, perché quel fumo, quelle donne censurate nel loro femminino,

perché la proprietà senza accesso, perché l’uomo così giovane e solo

con la sua unica scelta lasciarsi andare al traforo nel primo limite di velocità.

Dimmi cosa si vede giù l’altopiano, se già l’hai visto e sei pronto all’ennesimo tuono,

dimmi perché l’emozione repressa in un canto ufficiale, avrei voluto dirtelo

un giorno, come s’accompagna la mia mano alla tua mano, come la notte la luna

segue ogni complotto da lontano, e avrei voluto dirtelo, vestita di nero

se il bianco non s’addice nella mia terra al compianto, avrei voluto dirtelo

almeno il nome mio, come Rivoluzione rifiuta la rivolta d’un alito assetato di

parole senza verbo, volevo dirti il corpo che non regge la virtù predicata a

confezioni di latte e menta senza bambini da giocare, avrei voluto dirtelo

che non ci credo più al canto popolare, ma m’è rimasto incollato

in ogni piega del corpo il dolore del popolo, anche oggi, ieri, quando compagno

d’un solo viaggio, mi da consigli sull’ascolto musicale, sonoro, e dice la rivoluzione

“perché, signora, non si può più fare!? la si può fare: la rivoluzione, io sono pronto e tu?”

Avrei voluto dirtelo, allora, compagno, tutte le volte che ho alzato a bandiera il mio occhio,

e ho picchiato al ventre per urlare “ci sono” e ho sentito il vento rispondere e

l’eco, e il vulcano, ma i passi indietro non c’erano, a fianco, non c’erano,

finiti su altari di falsi sposalizi, impegnati a mangiare confetti senza gusto di festa,

già traditi prima di tradire il tempo prossimo delle convenzioni; e vorrei dirtelo adesso

non ho ascoltato ancora “Innamorarsi”, ma lo faro al ritorno, alzando gli occhi al giorno

voltandomi di dietro, trovando almeno te, ti pare poco?

….

d°’

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ché non consuma

….

Brindo alle stelle nere, piccole passioni notturne

annegate nel mare, senza memoria. Brindo ai pensieri

maschili, alle libertà femminili che li eludono. Brindo

a  me stessa, astemia a ogni orgasmo non consumato,

ché non consuma la passione per quanto piccola sia.

Brindo alle assenze imposte, alle finestre aperte, alla nudità

delle mie cosce chiuse, autosufficiente all’intesa senza

balli di procreazione. Brindo a ogni presunzione che

l’uomo sia uomo, la donna solo femmina e

l’ermafrodito di mezzo solo ingenua nostalgia

per corpi sensibili, come il mio disposti

a ineludibili carezze. Brindo alla verità che ho

di dentro, brindo alle tue paure, alle tue ragioni pure,

alla mia testa ribelle qualunque grembo l’assomigli.

Brindo alla nostalgia che non s’ammala

di malinconici fanali su più remote città.

Brindo alle favole che mi racconto, voci d’assenzio

ogni notte, tra la musica dolce, per tentarmi il sonno,

ma io grembo ribelle non l’accetto, non nego

ogni sorso di realtà, seguo la stella più nera

emersa dal fondo, fiera di non avere,

parole in canto da celare, io, gelata nella notte

calda, io bagnata: dal mio unico mare.

“…ché non consuma, la passione, per quanto piccola sia…

[qui la mia debolezza: l’unico verso d’affogare.]

….

d°’

“I want to ride it where I like”/Non pensare dimentichi

non sono solita fare dichiarazioni d’amore, perché, come si potrà notare, risulto abbastanza banale, e mi sono posta il problema se fosse il caso di rendere pubblici questi minimi pensieri con tanta superficialità. Vorrà dire che sarò discreta sull’identità della creatura d’amore. Potete prendermi in giro: più che opportuno…”

….

Carezzo la tua canna, dura, fedele,

facciamo un gioco, ad altezza di pube:

i miei piedi sui tuoi piedi, passi nei passi,

m’affido alla giostra, t’affidi, infinito il giro, la danza

asseconda il sole, mani tra mani, la presa è morbida

non è sicura? mi fido mi fido mi fido

di te, tienimi addosso, tienimi: monto

sulla tua pelle migliore, sul nero fondo

senza freni, non è sicuro? A ore

l’inverno è alle porte, ci bussa, interrompe

importuno e senz’orgia inventarsi con noi,

ma ce la faremo, mia cara, contro venti avversi,

piedi in piedi a ogni sbando, tra le dune d’asfalto

aereodinamici, folli d’amore, audaci guizzi

tra le buche più oscure, il rimosso dal fondo,

ce la faremo mia cara, non pensare ti molli

tra le curve di ghiaccio, laccio al collo la sciarpa,

ce la faremo, mia cara, unico laccio, mia cara,

liberamente, amante, eccomi pronta per te.

[non pensare dimentichi cosa c’è da pensare, non pensare dimentichi/tutto il mondo che non gira nel passo con noi, non pensare dimentichi/tutte le gambe tagliate, ai marciapiedi battuti dal vento più greve,/le radici ribelli a ogni sterile imposizione,/ non pensare dimentichi chi piange senza nome, di terre triste prigioniero/non pensare dimentichi che oggi è un altro giorno senza cristo sull’altare/non pensare dimentichi come ci gira la mente e la carne a ogni viaggio/non pensare dimentichi le nostre soste in One Note/non pensare dimentichi se qualcuno ha un pensiero anche adesso per noi/Non pensare dimentichi in assoluta libertà.

….

Se domani me ne vado [a Berlino]

….

Se domani me ne vado, a Berlino, me ne vado,

non pensare che dimentico: la terra , la mia Terra,

tutti i corpi che mi diedero: un futuro, lo pensarono,

mio nonno, ad esempio, comunista fino in fondo,

non lo so s’è comunismo, forse no, quel rinunciare

a promozione di reparto, capo a tutti i suoi compagni?

“no, no, no…”

[Ma io non sono comunista, non ho partiti, quando parto.]

E quell’altro nonno, sarto, che tesseva i fili addosso

pure ai ricchi signoroni, senza perdere la cura per

gli stracci del passante. Non pensare io dimentichi,

o ce l’abbia con chi veste grandi marche ed ha lo yacht,

c’è chi quelli li ha sudati e se li suda ogni giornata

col sorriso sopra al viso già rivolto al suo operaio;

ma quel ghigno che tu hai d’impostore autorizzato

che sia uomo di senato o lo scriba sotto al ponte

non pensare che io vado e dimentico la terra

non pensare che io vado e dimentico le guerre

come fossero soltanto l’imperfetta rima e

il fine d’ogni misera canzone, non pensare

io dimentichi ciò che qui volevo fare

non pensare sia perdente e ho mollato le speranze

non pensare, non pensare, non pensare,

se la testa t’impedisce seriamente di pensare che

non siamo tutti uguali, che ogni gerarchia si sfalda

se anche me mandi all’inferno per il singolo lamento

stamattina, con qual genio m’aggja aizata pensi tu?

dimmi allora con qual genio te la ridi [a bordo vasca, straripata] a bordo bar

mentre giri le tue spalle a ogni giorno che combatte.

Se domani me ne vado, [a Berlino], me ne vado,

non pensare che dimentico: la terra , la mia Terra,

[quella gente: viscerale: il cunicolo oltre il muro…]

….

sporca

….

Se tu mi chiedi stamane, se tu mi chiedi dove dirigo,

guarda la pioggia stamane, guarda la pioggia, ha

curvato le schiene alle fiamme del giorno, alla

flebile alba figlia d’ogni tramonto, e non c’è carne

che unge queste mani freddate dal picchiare di sorsi

inadatti a sedare l’emorragia del tempo, quando lo

spazza  via, così, mal vento e l’acqua sorge senza una cura

per animale, uomo, luogo, verdura, sa di cemento

l’occhio abbattuto, sa di sipario: senza teatro,

caduto addosso mentre l’attore passava al verde, sfuggiva al rosso,

e tu cantavi la rivoluzione? dov’è che hai messo la conseguente pace?

non sai  che ad ogni tempestiva calca segue la quiete

di lacrime mondane?, restando i corpi soltanto ai corpi

di chi un saluto lo deve ai morti, quando ti lasciano

appena in viso la smorfia dolce di quel sorriso

perso alla festa domenicale, più sacro al volto che

aveva fame. Quand’era meglio pensarci prima

fermare il bolo d’ogni deriva. E tu che indossi

pura stamane la giacca asciutta e la calza a rete

non vedi i pesci caduti a mare, non vedi un pesce

che può affogare nell’acqua stessa del suo rifugio?

Tu che lo vedi, taci il saluto, sporca la giacca

sporca

….

diluvia d’incurie

….

Non spaventarti a scivolare sul ventre, scivolano gli orsi, bianchi di gioco

i piccoli, madri di sopravvivenze, ma è la vita: sopra la pancia e i ghiacci,

tu che slitti al caldo, dono, hai paura? Scivola oggi, pioggia, fango di tristi

emergenze. Tu che slitti al caldo, dono, hai paura? non c’è fango nel corpo

modellato al corpo, solo carne da piovere, tetto a tetto, coste a coste

protetti. Ma quelle genti, le vedi, dov’è la casa perduta, ai remi

sulla stradale del quotidiano, l’incuria al tempo senza pentimento,

mi dici hai torto? ce lo dici adesso? mentre il fiume sbatte e non

c’è un letto a orgasmo, questa notte, per loro? me lo dici adesso, ch’è indurito

il cuore fuori pietre domestiche e una misera veste lacerata al rio tuono?

Non spaventarti a scivolare sul ventre, scivolano gli orsi, bianchi di gioco

i piccoli, madri di sopravvivenze, ma è la vita: sopra la pancia e i ghiacci,

tu che slitti al caldo, dono, hai paura? Scivola oggi, pioggia, fango di tristi

emergenze. Ci vorrà l’oblio a scivolare stanotte mentre s’affoga al fango

un pensiero per loro. Sicuro è il tetto finch’è sicuro, ma di precario c’è

sempre il corpo, fratello stolto, preserva il corpo, riguarda i corpi se

l’hai il coraggio: di sabotare anche questa visione.

….

d°’

 

batto i pugni

….

Il tabellone dà i numeri, l’uomo a suo modo, dietro finestra,

dietro banco, d’imbroglio, guadagno; sbatti i pugni, al muro,

batti i pugni, “Fantasma, vie’ qua! IO non sono un fantasma: non mi vedi?

mi vedi? TU, dico a te, esci fuori da li!”. Hai passato muri, senz’ombra,

solo corpo, tra un ammasso di carni, un Italiano perfetto: ora

batti i pugni, la lingua che serve alla tua sola ragione

fare d’Africa non una perdita, ma una casa in altro mare,

cemento, tornare un giorno, forse, forse mai; e io che da bestia

senza più stilo, ma troppo stile, m’ero messa a aspettare,

con perbenismo fallito, batto i pugni, batto i pugni, adesso,

non soltanto per me, ma per forza d’un gesto che

non accetta comando da un bieco potere sul più povero sogno.

Realtà: un corpo: due mani, un Italiano senza penna,

un Italiano pronto: batti i pugni: oggi batto

anch’io i pugni per me, in silenzio. La mia mano sa della tua,

senza stile, torno a scrivere, animale civile,

dissacrata, umiliata, apolitica, ma

sola: solo in piena partecipazione.

So di corpo e batto i pugni e dammi contro,

sono muro da scrivere d’una terra ancora mia.

….

d°’