giovedì (Appunti, 13 aprile 2017)

[…] i bambini fanno la messa scalza

nelle piazze del signore. l’ora di punta. dov’è

il deserto di folla e la mistica è

filigrana sottile, ma palpabile, il sole

arabescato dai sampietrini. La voce, a cupola d’

azzurrità, è un rimbombo slanciato ad

arco. i piedi si lavano nella fontana

a ciclo continuo. fino al rosso serale. nel giovedì

delle governanti. l’Est fa lo struscio dove riposa il creato.

un budda sabbatico ha occhiate di mandorla

per la Luna […]. quanto è tondo un culo espanso a

occhio di bue, sul marmo impresso a caldo e

la luce fredda dai lampioni. Ci si scaldava

un tempo sotto tarante di falene […]

 

[…] i bambini; si lavano i piedi

[…] fontana […]

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12 thoughts on “giovedì (Appunti, 13 aprile 2017)

  1. Dico con gioia che provo “invidia”… accedi con questi versi in zone di suono ed ekfrasis destinati a restare nel tempo…Gran componimento e non ti schermire…il mio è un giudizio meditato. é stupenda nei suoi passaggi, nelle visioni che propone, nella scelta lessicale…un equilibrio di quotidianità e trasfigurazione scenica.

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    1. sono ‘appunti’…
      grazie… non so che dire…
      è giovedì santo. mi resta affascinante la Pasqua. sia pur da laica. e non di una confessione si destinarono gli appunti, come appare, credo…

      buona serata, Franz
      si ha da cucinare 😀

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  2. il tempo traccerà la nostra vita, un giorno forse, ci ricorderà che siamo anime senza ricordi, e mentre il vento soffia libero, il richiamo di ciò che abbiamo perso sarà l’assenza del mare e del suo meraviglioso suono.

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    1. non credo il tempo sia distaccato dalla nostra sensazione del tempo. Così come non so staccare l’anima dal corpo. I ricordi possono dormire se non attualizziamo la memoria: un moto inventivo. Invenzione nel senso del trovare o ritrovare. Accade, anche, di non trovare, non inventare.

      non pensavo al mare in questo componimento. Ma non è improbabile la suggestione in chi mi legge di una qualche piazza o di qualche slargo prossimo a qualche mare. Richiamando spesso io stessa luoghi marini quando scrivo.
      Del mare non concepisco l’assenza. Ma potrei perderne il suono se venisse meno il canto, non lo so.

      Pensavo di averti tra i miei siti, ma non trovo rimando dal tuo commento
      se me lo segnali ti sono grata

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      1. …sono essenza impalpabile, non ho corpo nè occhi ma solo pensiero, sono ciò che vorresti io sia, il vento mi porta e trasporta sopra tutte le immense superfici lucenti che solo l’orizzonte divide.
        Felice Rinascita Dora

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        1. l’orizzonte è nei modi che abbiamo di percepire le cose, le realtà, traversando le nostre frontiere fisiche, comunque. In questo modo sappiamo anche di gioie e di sofferenze.
          Per me che in questo spazio espongo quel che posso, quasi fosse essenza donatami dalle vite che incrocio per strada, può essere comprensibile l’idea di pensiero, ma anche non necessaria. Il pensiero non è un assoluto, ma si relaziona.
          Sui misteri, invece, della rinascita, credo l’essenza passi per azioni che hanno una loro tangibilità, ma nitida, sincera, o non concepiremmo manco con fede, sia pur laica, il mistero di questo risorgere ogni giorno.
          Dovrebbe esserci una gioia, anche condivisa, nelle risurrezioni, ma per questo l’umano dovrebbe vivere come lucente per se e verso gli altri. Questo troppo spesso non accade. Gli uomini hanno bisogno di metterci una volontà per questo, che richiede nella loro prospettiva un sacrificio. Anche sul ‘sacrificio’ siamo confusi. Qui mi fermo che il discorso è troppo lungo.
          Felice rinascita anche a te.

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          1. sacrifico laico inteso come offerta e non come sacralità del gesto a cui siamo abituati, agli umani manca il calore della parola, essi sono mancanza in attesa della “sacra” speranza, simili alla notte che attende il calore dell’alba, meraviglia, stupore, bellezza e sorpresa, quanto si è perso nel tempo che ogni attimo scade? Nulla può ripetersi se non nel ricordo delle cose non fatte.
            I migliori auguri dottoressa Dora.

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            1. il ricordo delle cose non fatte è quasi una contraddizione, ma: sembra

              non me la sento di dire che agli umani, a tutti gli umani, manchi il calore della parola. Senza calore vitale, avvertito dalle vite, io non potrei scrivere manco un rigo.

              per il resto:
              Comprendo chi sei, ma può essere irrilevante l’identità, o non essere.
              Anche se non capisco il perché di questo. Manco chiedo di capire.

              auguri ancora

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