Indelebile

[…] un plotone senza esecutivo, mi stanno a destra, a sinistra, soprattutto a sinistra,

ma alla sinistra del collo, un fiato ancora caldo sull’incavo, proprio loro, santissimo

il dio, sanno

che mi piacciono le indelebili che non lasciano il segno, sanno

che sono passati vent’anni ed è cambiata la coscienza del furto, voglio rubare quella

matita, un giorno, l’impresa dei secoli, e accarezzo l’idea, mentre stringo tra dita,

senza potere, ci vorrebbe un furto di perbenismo, lasciare sola la coscienza, e loro

lo sanno, mi stanno addosso, qualunque sia il segno, sanno che sono passati

vent’anni e non m’è cambiata la coscienza del furto, scrivi bene, scrivi, il mio numero

d’identità, tanto loro lo sanno,

sono qui perché mi piace quest’indelebile che non lascia il segno, qualunque segno faccio.

Il primo voto fu nullo, sotto l’inciso dell’essere – “è” -, già troppo presente a me

stessa per sentirmi migliore partecipando all’apparenza di qualche diritto altrimenti

sottratto, quantomeno ai miei figli. Al secondo ancora non ebbi la smania del lapis e

declinai l’invito. Dovevo avere qualcosa da fare, ma è irresponsabile: non ricordo cosa.

E loro lo sanno, mi stanno addosso, voglio rubare la matita, oggi, e ricordare tutti i loro

nomi, tutti i muri che graffiarono a ossa, tutti i denti consumati dal respiro delle parole,

tutto il sangue che impregna ancora le strade e sembra quasi di pochi eletti non eleggibili

ricordarne l’odore, fuori classe, com’è sempre stato l’unico valido, indelebile […]

Mio nonno già lo diceva vent’anni fa, ma non era veggente, era solo una di quelle coscienze

che valeva la pena, quantomeno ascoltare, per amore dei figli […] A “tené ‘o carro

p”a scesa” prima o poi si precipita e non si sa se sia suicidio o cosa, ma quanti ne abbiamo

sulle spalle […] mi stanno addosso, voglio solo rubare la matita, loro lo sanno […]

 

 

 

 

 

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23 thoughts on “Indelebile

  1. Tenè u carro
    non è pè tutti
    ‘nce o sapimm
    ma almeno
    ‘sti vavi
    li vulimm tenè
    stretti dint ‘o core
    come tenim
    ‘u Piccirillo
    ammucciato
    tra l’asino e il bue
    e nfonn o core ?
    Sant song e parole
    e i viecchi
    l’avessem ascultà

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        1. ho un’origine siciliana dal ramo materno, ma non conosco il linguaggio e spero presto di poter tornare in quella magnifica terra!
          abbraccio, Marzia
          io sono già a letto
          domani sveglia presto 🙂
          ho le classi :))

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            1. si, avevo capito 🙂
              se lavoro fino a giugno riesco a fare un viaggio a cui giro intorno da tempo
              si, speriamo

              Io il pomeriggio non riposo mai
              e nemmeno si può dire riposi bene la notte, ma almeno ci provo 🙂
              sogni belli, Marzia
              sempre un vasillo al piccirillo :*

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                1. non ho l’auto, ma mai escludere nulla 🙂
                  diciamo che il mio piano sarebbe: aereo fino a Lampedusa; da Lampedusa passare a Linosa in barca; poi mi fermo un po’ lì; poi la mia testa vede l’Africa e mi fermo con la testa che a furia di far piani mi risalta tutto… Avevo un’ipotesi alternativa all’aereo, ma devo capire quanto tempo avrei a disposizione…
                  bacini rinnovati a te e al piccirillo… :*

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  2. Poesia civile Dora. L’ho letta di un fiato è il canto della tua generazione derubata, di diritti di scelte di una libertà che non s’è neanche potuta sognare… designare il furto della matita quale riappropriazione simbolica di di identità e orgoglio è potente ed efficace. Mi è piaciuta molto (amaramente)

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  3. “E loro lo sanno, mi stanno addosso, voglio rubare la matita, oggi, e ricordare tutti i loro
    nomi, tutti i muri che graffiarono a ossa, tutti i denti consumati dal respiro delle parole,
    tutto il sangue che impregna ancora le strade e sembra quasi di pochi eletti non eleggibili
    ricordarne l’odore, fuori classe, com’è sempre stato l’unico valido, indelebile […]” ❤

    Grande Canto civile, Dora.

    Il furto della matita… immagine significativa di grande intensità.
    Inutile che io aggiunga parole mie alle tue che sono chiarissime e molto incisive.
     – le tue parole diventano anche "mie". tu lo sai –
    Perfetto il titolo.

    Bella cara brava "minima" Dora

    :*
    gb

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  4. “A “tené ‘o carro
    p”a scesa” prima o poi si precipita e non si sa se sia suicidio o cosa, ma quanti ne abbiamo
    sulle spalle […]” ❤
    Amarezza in questi versi, ma non solo…
    C'è tenerezza orgogliosa nel ricordo del nonno che non era veggente, ma una coscienza che era "giusto" ascoltare, valeva la pena cogliere intatta

    gelsuccia

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    1. un carro, Giorgio, … un carretto… prova a mettere un carro senza manco un fermo su un pendio e vedi com’è dura tenerlo su senza che precipiti. Quando la situazione è precaria e difficile (i motivi possono essere tanti) ci sta bene questa formula “tené’ ‘o carro p”a scesa”… per la discesa…
      più o meno il senso è quello…
      😀

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