sui miei malleoli

volesse il cielo [..] amo il tallone scorticato dell’operaio sui

miei malleoli, la lingua come taglia il sesso, riconoscendo

l’uomo nella bocca di donna, pubica, “ci fai l’amore,

tra le dita” [..] volesse il cielo [..] “ci fa l’amore tra le dita”

[..] volesse il cielo [..] i suoi occhi cascassero

nel cuore fertile, nel cuore nero [..] amo il tallone

scorticato, la lingua che taglia, l’amore tra le dita,

l’immaginario debole d’un corpo forte [..] volesse

il cielo [..] i suoi occhi cascassero nel cuore fondo

tutto granuli [..] “ci fai l’amore con le dita” [..] “io

guardo”, tutto l’amore [..] volesse il cielo [..] tutto

il tallone, scorticato, “sui tuoi malleoli” [..] Quale cielo

 

finisce cielo, ignorante d’uno spazio, com’è spazio,

profondo? quale immagine finisce

immagine, finisce, tocco? Volesse il cielo

un corpo forte, il taglio ossuto dei […]

[…]

 

 

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25 thoughts on “sui miei malleoli

  1. anch’io sono un’ “operaio”.
    se ne avrò voglia spiegherò cosa intendo con questo termine. Fuori da ogni attribuzione di ‘classe’, riscontro economico, servigio o servitù.
    anche l’amore: ci fa operai nella mia concezione.

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    1. E queste tue concezioni sarò ben lieta di leggerle, quando vorrai.
      Il post offre riflessioni su un piatto d’argento, Dora…
      Lo rileggo più tardi ( torno da una visita medica e devo “appenichellarmi ” un pò)
      Un abbraccio

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      1. lascio sempre aperte riflessioni, perché proprio di fissare punti e pensieri non è da me, e non per incoerenza, ma perché torno continuamente a rivedere ciò che sento e penso
        buon riposo, allora!
        abbraccio, Marzia
        Grazie dei tuoi passaggi
        Io, invece, sto commentando pochissimo in questo periodo al di fuori del mio spazio, ma tornerò 🙂

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        1. Ti dedico quanto ho letto poco fa in un blog.
          Non so se ti ritrovi….

          Il poeta vive in un mondo di sogni,
          e fa il buio intorno.
          Poco importa quanto esso sia vero,
          non lo sarà né più né meno di quello di altri.
          Né più tangibile,
          né più visibile.
          Basta il solo fievole lume che accende al suo interno
          per far danzare le ombre dove l’anima si nasconde.
          Lì nasce il canto.

          Scrive discorsi mai pronunciati,
          mai usciti dalle labbra degli oratori,
          e che mai, incontreranno applausi.

          Il poeta ha un pubblico solo:
          il cuore.

          Non scrive per gli dei
          scontrosi e beffardi,
          di carte truccate
          su tavoli spogli.
          Né per gli amori
          partiti,
          lasciati,
          vissuti,
          consumati.

          La sua memoria non ha tempo,
          granelli immobili
          nella clessidra dimenticata, del fato.
          Per lui tutto ha contorni diversi.

          Il poeta non ha voce possente,
          ma appena un sussurro spazzato dal vento.
          Il poeta ha strade vuote
          da percorrere tutte,
          in solitaria.
          I suoi occhi guardano altrove.

          Muore ad ogni alba,
          rinasce nel tramonto
          con un verso.
          La sua preghiera è un canto.

          Il ricordo è il malinconico,
          struggente sospiro dell’anima.
          Poco più di una goccia nella sabbia
          che aspira al cielo.

          Marco Corradi

          https://marcocorradiblog.wordpress.com/2016/11/15/il-poeta/

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          1. è un testo molto interessante anche se ammetto di avere una visione diversa dell’esser poeta su alcuni punti. Forse perché nemmeno sono ‘poeta’? chissà…
            Devo rifletterci e magari ci ritorno
            grazie!

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    1. mi piace pensare all’amore non tanto come ‘fatica’, ma come operosità si, quello mi piace e credo sia bello se visto in un certo senso, compreso quel che tu dici e con cui concordo
      buona e piacevole serata, Giorgio, per te!

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  2. Insomma la fabbrica dell’amore più che l’amore in fabbrica… le dita fabbrica d’amore…l’amore si costruisce come un’ape laboriosa costruisce il suo alveare. (anche se poi il miele glie lo rubano)…bella e misteriosa l’immagine dei malleoli…

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    1. Bella e tutta da svelare con l’aiuto della padrona di casa, Franz…
      Farle un nuovo montaggio è diventata una impresa più di quello su Van Gogh.
      Lo giuro sul nipotino.
      Torno più tardi speranzosa di capire e sentirmi meno in deficienza
      😉

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    2. concordo
      mi resta solo naturalmente enigmatico: “anche se poi il miele glielo rubano”. Non sapevo di questa dinamica rispetto alle laboriose api. O intendi che noi umani rubiamo il loro miele. Mi hai fatto venire una curiosità su cui ammetto un’ignoranza: perché le api generano miele rispetto alla loro biologia?

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      1. il miele è la loro secrezione in ogni attività…qui ho usato questo processo come metafora…per dire. Se noi fabbrichiamo dolcezze c’è chi se ne appropria lasciandoci solo l’amaro…

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          1. Franz, senti, mi limito a non capire. Oggi devo avere un confine oltre il quale il mio cervello non accende connessioni, mo ci vuole: in questo mondo sconnesso a tal punto, ovvero connesso nel male che non riesco ad esprimermi oltre la ‘piccolezza’ della poesia

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            1. lascia stare… ho provato a dire che v’è oggi, una socialità diffusa ma forse non solo oggi, che impone regole che trasformano, spesso, in amaro ciò che nasce dolce… insomma non c’è niente da capire una riflessione in libertà…

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              1. vabbè, ho capito la tua deriva e non la condivido. Il mio scritto non nasceva mirando, ma solo cantando. E nel canto sono libera, senza provocare dolori e forse manco gioie a nessuno. Rientra il canto nella mia solitudine che mi fa sentire comunque le creature, indipendentemente dall’individuazione di soggetti. Sia ben chiaro. Ma lascia stare. Io quando scrivo ho un limite nell’interpretazione di me stessa e non prevengo interpretazioni.

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                1. Mica ti interpretavo…o leggevo eventi reali…tu sei libera di cantare io di produrre metafore, ma come il tuo canto , così le mie metafore non hanno alcun rapporto con eventi o persone specifiche…credimi, è davvero così.

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              1. sono così ‘piccola’, Marzia, come creatura, ma ho tanta voglia di non morirmene in questa vita che abbiamo come misterioso dono
                Grazie per le belle parole
                Non ci sembra, ma ho timidezza molta e non so mai che rispondere
                spero hai riposato e sei pronta per una bella serata 🙂
                io vado a cenare..

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