Tagli (89). Fasci di rose, ancora rosse, rosse, abbandonati

[…] sporcami bocche, affamami ossa, misere,

così tue, rimaste a guardare, tra scalfiture

di terra, dispellami, spalpebrami

occhi, quale battito ha il pianto? quali acque

a lacrime asciutte, crateri di terra, colma tutta la

terra, che mi vuoi dire? Muta mi scheggi, muta

mi resti, slavata l’anima a canti stretti di passione,

rabbianti vertebre claudicano i vuoti d’arsure

accorate. Sporcami bocca, affamami ossa, miserere

senza dio, non sono dio su svelature di volto, non

sono il pasto, il bicchiere, ravvedimento e cura, non

sono vivo, non so di morte, ma ho le tue mani e

non vedo, i tuoi piedi e non vedo, cenere

lo schermo caldo; e non vedo. Ho le palpebre sugli occhi e ho

paura. Paura

di me come attento i giorni a racconti

memoriali, orridi canti di preghiere fatiscenti, come guardiani

sabbiati, ho sgranato gli occhi, e sono rose, stasera, fasci di rose

abbandonati fuori la casa dei morti, con le spine dorsali ancora

intatte e un velluto quasi d’amore, una chimera appassita all’

estate svenduta. Quante spine, di luce eterna, dispendi di Pentecoste

senza colombe. E non è Istanbul, non un terzo

di mondo, un quarto

di bue accanito a far più luce del riflesso di luna

[sull’ape che scalciai, e non volevo, uccidere, io

non volevo, pungermi]

e non è il bianco slippino zozzo di giocosi bambini

nel vascio del bronx, così belli a vederli

in mondovisione, quanto mondo

in visione tra le nostre dita palpeggi

di

finzioni, finzioni, rivoluzioni, ma ho una bestia

nel cuore, oggi, ch’espatria, dolori senza patria e

non ho più una lingua, per cantare, non hai, domani

 

Ingoiammo lampi

clandestini

di crudeli verità

[…]

Erano fasci di rose, oggi,

ancora rosse, rosse […] abbandonate

[…]

Mio fratello, ha una febbre a 39, oggi, […]

l’anno scorso […] non può […] Partire

[…]

 

 

 

 

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5 thoughts on “Tagli (89). Fasci di rose, ancora rosse, rosse, abbandonati

    1. è carnosità di corpi devastati che vorremmo comprendere fino in fondo, il disperato tentativo di parlare, ascoltare ancora vivere quelle carni nella scarnificazione, come fosse salvare, salvarci, ma dobbiamo agire in altri modi, ogni giorno, inesausti

      restai colpita da quei mazzi di rose ancora bellissime, tante rose, rosse intenso, con gli steli lunghi, lasciati ieri fuori al cimitero cittadino… le ossa oltre i cancelli. E niente… sentire di questo attentare ai corpi, alle persone, e attentiamo a ogni corpo che muore di fame in un angolo di mondo, o muore di freddo, di caldo, o muore e basta d’abbandono, e scusa, ma non mi so esprimere altrimenti

      grazie del tuo passaggio Lidia

      un abbraccio forte

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    1. è uno scritto che ha una sua connessione proprio con un altro del gennaio scorso in cui mi chiedevo come possiamo cantare e anche di gioia e al contempo ci troviamo a lamenti muti davvero di dolore, e io sento solo una stretta al cuore e non sento il diritto nemmeno di lamentazione

      questo

      non posso dire altro.

      so che dobbiamo comunque preservare anche il bene delle cose.

      quelle rose lì abbandonate, tante rose ancora raccolte in fasci, mi hanno colpito tantissimo

      Liked by 1 persona

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