Tagli (88). Voglio un paese felice

[…] c’erano le parole, poi non c’erano,

fu silenzio muto, poi solo, sfogliata,

silenzio, e vidi gli alberi passare,

sudati di resina, le midolla silenziate

nel profondo d’avorio, piegato a fatica,

la resistenza delle ossa, quando il sole è

malato di troppa luce, e troppa luce stanca

la resistenza dell’osso, l’arco di linfa cordiale

evaporato dalla bocca asciutta. M’asciughi il

labbro dove ho mangiato lumache tutto il giorno

e non sapevi, non sai, tu, di lumache, amare, ma d’erba

dolce

di campo selvatico; troppo domestico l’animale, non tu,

in certe regioni coltivate a buone maniere d’apparenza

e imboscate alla vita d’aspri occulti senza mistero, né

sacro […]. Bastò una bocca a far la pace degli uomini

insoddisfatti di sé. Due ginocchia, per pregare […]

Ho mastice indurito tra i denti, allacci di foglie

al mio tronco sbiancato sotto lividi inconfessabili

quando di voglia concessi peccato d’amore, perché

esiste in certe pieghe peccato d’amore, l’avrei

capito da quel retrogusto ferroso, rigurgito di fiati,

tra le mammelle bagnate di nettari confusi […]

Voglio un paese felice. Dove non devo

nascondere con protezione pietosa

tutti i baci che ho dato, che non ho dato;

dove il mio cuore è il mio cuore in tutti i punti, rivi,

del corpo, un oceano che pulsa a fiotti d’ogni vita

 

non mia, mia, ho tutti i punti del tuo corpo, voglio

un paese felice. Dormire, svegliarmi, svegliarmi,

dimenticare, per ricordare come si nasce la prima volta

e non si nasce: per, sempre, morire; voglio un paese felice

dove i colori sono colori già senza luce, ma la luce è

alterità che mi brilla colore a manifesti di nudo

lividato, dal profondo sanguineo d’ogni tocco, in superfice.

[…] e mi mostrasti un giorno, il tuo paese infelice

con la felicità d’un paese felice: ho compreso

quel giorno, d’una felicità non mia: ho compreso

quel giorno: la felicità. Era la tua Africa e

potevo toccarla, senza toccarla,

rifugiata in un canto

del vostro corpo […]

 

Voglio un paese felice.

[…] un canto […]

[…]

 

 

 

 

 

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14 thoughts on “Tagli (88). Voglio un paese felice

    1. non sofferenza… una dimensione particolare che non saprei dirti al di fuori della scrittura che leggi, a dire il vero. M’è sempre difficile provare a spiegare i Tagli perché hanno il netto del segno, ma la mobilità dei flussi
      non so se mi spiego.
      quando ne esco è come una strana quiete, anche fisiologica

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      1. oh, ti spieghi benissimo, Dora
        è come entrare in qualcosa (dimensione speciale) che ti giunge improvvisa (forse sembra improvvisa) e che senti forte e che ti spinge ti spinge…
        è difficile spiegare
        gb:)

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    1. è il canto e l’in/canto che si porta nel corpo anche quando distante dalla propria terra. E’ un canto da scoprire ogni giorno nella propria terra, e nell’altrui. E’ un luogo/non luogo tra corpi, nei corpi, e altro…

      un incantevole tramonto per te, annuncio di bella serata

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  1. “………..Era la tua Africa e

    potevo toccarla, senza toccarla,

    rifugiata in un canto

    del vostro corpo […]” ❤

    E il canto è sempre nel corpo o nei corpi o tra i corpi… è vibrazione… nella terra di ognuno o nella terra degli altri, nella terra…

    E questo tuo legame sensuale con gli alberi, con i fiori, con il mare…

    Dora, tu sai far sentire il canto "tuo" che è un incanto anche

    Una notte di schegge di luna, schegge di luce d'argento per te

    a 🙂

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  2. troppo domestico l’animale, non tu,
    in certe regioni coltivate a buone maniere d’apparenza
    e imboscate alla vita d’aspri occulti senza mistero, né
    sacro […]. Bastò una bocca a far la pace degli uomini
    insoddisfatti di sé. Due ginocchia, per pregare

    in genere non cerco mai di capire, di cogliere forse e ancor più di sentire… intensa la prima parte, più quieta la seconda, infatti a me sembra un taglio tagliato in due: prima la tempesta poi la quiete… prima l’impulso poi la “preghiera”… 🙂

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