Reblog: “Calicanto”, “Prima del sonno”, “La mensa dei poveri”, di Giuliana R.

La domenica è il giorno della settimana in cui ho deciso di dedicarmi anche al “Reblog”.
Quello che faccio con questo articolo non è propriamente un reblog, ma è una condivisione che avevo in programma e in desiderio da un po’ di tempo.
Giuliana R., che io chiamo “Scricci”. Noi da sempre; ho perso il conto degli anni, da quei primi giorni in cui tra le aule universitarie, vestita di colori e con certi grigiori di cuore, mi chiedevi dove potevi comprare degli scaldamuscoli; io: che ero quella che danzava. Noi: coi nostri fottutissimi sogni, ma erano i nostri sogni, forse non solo nostri. A volte, quando ci va bene, qualcuno ci chiama “generazione perduta”, ma lo siamo davvero? Me lo chiedevo in questi giorni, tra le mie lagne; e noi, e tu, che ti sembra il tempo sia già passato, e che si è vecchi prima del futuro, perché il futuro ha, in fondo, qualcosa di vecchio, di invecchiato, per noi. Siamo davvero una “generazione perduta”? Discorso complesso, ma eccoci e penso… Ti dissi il mese scorso: “perché non mi invii dei tuoi testi, ti voglio nel mio spazio, già ci sei, ma voglio che ci siano i tuoi scritti, la tua poesia…”; eri sommersa di cose da fare, sommersa dalla stanchezza, ma mi dicesti, prima di salutarci, che non vedevi l’ora di tornare e “insegnare ad A. come si parla col mare”. Capisco in questa ‘poesia’ vivente che i nostri sogni non li avremo realizzati come immaginavamo, non tutti, forse nessuno di quei sogni, ma in un modo diverso quei sogni: eccoli, vivi e reali. E io lo so, e tu lo sai, quanti sogni abbiamo realizzato, e non ci siamo persi, non siamo perduti. Non in tutti i sensi.
Qui mi fermo, perché il silenzio ci sta bene.
Stamattina hai postato un tuo scritto e ciò che leggi sopra è un mio pensiero sulle tue parole; non edito quelle, ne ho scelte altre girovagando tra le tue ‘note’ degli anni scorsi. Mi sono ricordata stamattina che ti avevo chiesto dei testi, proprio mentre trovavo la tua poesia in bacheca.
Eccoli qui, quelli che ho scelto, con il mio grazie che ci sei; null’altro da aggiungere…
(Ho messo la data in cui editasti questi tuoi scritti e li lessi…)
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Calicanto

 

Poi il tempo.

Mi accorgo di quanto tempo ho lasciato andare senza neppure pensarci.

Assolo assordante,

ritmo compassato di una nuvola che cambia forma e mai colore.

Prevedibile vedersi invecchiare,

scorgere la possibilità di una ruga e interrogarsi sulla necessità di declinarsi al futuro.

Prevedibile e noioso ad un tempo.

Prevedo che- a breve- sarò noiosa.

A breve sceglierò con noncuranza i vestiti da indossare. E non sarà per trascuratezza-

no. Sarà solo l’indolenza di un gesto a divenir troppo pressante per poter essere

ignorata.

A breve leggerò meno libri

perché cercarmi in vite non vissute mi sarà  insopportabile

quasi quanto il rendermi conto dei silenzi della Possibilità.

A breve smetterò di dirmi che domani è il giorno giusto per rimettersi alla prova

perché avrò capito che è da tutt’altra parte che dovrei ricominciare.

Cercherò, allora, dei fiori per adornare casa.

Fiori di calicanto- per esempio-

che fino a qualche ora fa non conoscevo neppure.

Fiori che una mano amica ha per me reciso,

fiori che arrivano – quando l’inverno è qui

sotto ai miei piedi-

portandosi dietro l’odore delle cose che non mi aspetto.

L’odore del tempo. Di tutto il tempo che non riesco a cogliere.

 

(Giuliana R., 10 gennaio 2014)
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Prima del sonno
Ascolto.

Dalla mia finestra

Canti arabi.

Una lingua non mia

prega.

Le parole non comprese

sono la sola speranza

possibile.

Scorgere la tua voce

tra quei canti-

lo vorrei-

ma tu non pregavi

in nessuna lingua pregavi.

Raccoglievi acqua a piene mani

da una fontana

ogni volta che ne vedevi una

e bevevi – per il gusto di bere-

senza aver sete.

Credevo allora

che quella fosse la più bella preghiera:

ringraziare la vita della vita

tu sì, lo sapevi fare.

E quando io ti dicevo

che era soltanto una parentesi

tra due nulla

tu mi baciavi

pregandomi – quasi- di farla durare

il più a lungo possibile.

Al giovedì – qui-

dicono il rosario.

Granelli di voci

si sfilacciano

tra dita grinzose

di chi mangia – senza masticare-

un sacrificio

vano

come tutti i sacrifici.

Conosco

le avemaria e i padrenostro

fin troppo bene

per poter credere che dicano

almeno una verità.

preferisco un Canto

di cui non so niente

e il rumore di un bicchiere

vuoto

che cade

prima del sonno.

Lascio le imposte aperte

la notte:

è la mia preghiera.

Arida

senza Pleiadi

da qualche parte-

un’altra Saffo- dorme. Sola.

 

 

(Giuliana R., 29 settembre 2013)

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La mensa dei poveri

Di luci ce n’erano
lungo la strada
a segnalare precetti
a coprire intenzioni-
Nelle calde tasche
di un cappotto in disuso
celasti le tue mani
Callose-
Gementi per non aver saputo
raccogliere quel sasso
di cui tutti dicevano
un gran bene.
Sull’asfalto
rilucono
parole cadute
da labbra troppo audaci
da sguardi poco
accorti
Sentenze
su cui cammini
sordo-
Il dolore di ieri
non intercede in tua difesa.
Non più.
Nella lana cotta
dei cappelli lì sospesi
si evidenziano accuse
troppo tonde per stare
in piedi
Stringi il vuoto nella pancia
per comprimere un singhiozzo
quello stesso che ormai
neppure
ti sforzi di spiegare
Perché alle bocche d’intorno
piace ridere
piace parlare
E con il tuo silenzio, lo sai,
non si possono costruire che
pupazzi di brina
sogni gelati
che- tra un boccone e l’altro
si sfaldano
incapaci di scaldare
gli occhi guardinghi dei commensali:
hanno fame
fame della tua fame
Ti si accalcano intorno come prede predanti
Tu arricci le spalle e cerchi di convincere
un capello sospetto
caduto dentro al tuo piatto
a volare lontano.
Non hai appetito.
(Giuliana R., 6 dicembre 2015)

 

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11 thoughts on “Reblog: “Calicanto”, “Prima del sonno”, “La mensa dei poveri”, di Giuliana R.

  1. Mi lasciate entrambi come dentro una nuvola trasparente con un sacco di pensieri da fare. Tu Dora con il tuo commento nostalgico e incantato e Giuliana coi suoi versi tutti da declinare. Ho letto qualcuno poco fa che dice che la poesia è in crisi. Ma la poesia è crisi, altrimenti non è poesia, anzi senza un punto di partenza critico non si fa poesia. Angela e Dora siete la dimostrazione di poesia pura che si auto-definisce e non ha bisogno di sintassi lettararie.

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        1. Grazie! Un gesto bello il tuo; segnalo il gruppo a Giuliana! Poi passo a leggere il tuo componimento che stasera non l’ho ancora fatto
          Spero di riuscire a ringraziarti in modo adeguato con un articolo 🙂 dammi tempo che ce la fo’!

          Liked by 1 persona

  2. Ti dico grazie amica di sempre, perché mi ricordi verità perdute o forse solo accartocciate in un angolo nella speranza di recuperarle,prima o poi. Prima o poi dovevamo fare tante cose. Prima o poi forse,come dici tu,abbiamo fatto, senza accorgercene, tanta strada. Alla fine della strada c’è sempre stato il mare per noi. E un gelato o un vicolo stretto. E nei vicoli stretti le poesie abbondano. Tu lo sai. Io lo so.Non so cosa sia esattamente una poesia forse una necessità di danzare con le parole. Danza senza pretese. Come un incontro in un corridoio di un dipartimento universitario… io non sono brava a danzare…mi piacciono gli scaldamuscoli. La differenza tra te e me è questa: tu scrivi poesie, a me piacciono le poesie e di tanto in tanto parlo il loro linguaggio.

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