Tagli (75). “Bianca come petrolio, nera come la pece”

<<Non mi giudicare mai, da quello che vedi

e non conosci – tutti gli amanti che hai avuto

che non ho avuto – il giorno che t’ho incontrata

e pensavo fossi tu – un abbaglio legato

alle periferie del corpo – nel petrolio d’ambasciate

assassine – non mi giudicare mai

dalle mie presenze – come fossi fuoco

da appiccare – complice

al potere – privo d’amore

ossesso – per questa vita

 

Non mi giudicare mai dal taglio di schiena

ogni volta che il sole mi fa coda di rettile

fuori comando, e sono tua, mai tua, (risorgi)

a mille miglia incalzate dai miraggi del tempo

in mille leghe per/corse […] tra i raggi […] tepore […]

 

Io sono il nero degli occhi

la bocca fessa di pino

tu sei il bianco dell’anima

quando t’infloro i sensi e

non conosci i colori, ma

 

il tatto fa il suo mestiere

di vivere, resina,

nonostante

[…]>>

(“Bianca come petrolio, nera come la pece”, cit.)

 

[…] Ti verranno a dire

che eravamo belli e forti, che qualcuno ci finanziò l’inettitudine

a farci eroi d’una Storia nostra, spacciandola noi stessi per diritto

allo studio, un lavoro caso mai, ed eravamo davvero così belli e

forti, rassettati i capelli dal piombo, ad eccezione di

pochi ‘alternativi’ spacciati per orfani di buoni principi, orfani di

famiglie, talvolta, divorziate o divorziate senza legge, per quella

parvenza di sani costumi da mantenere di fronte al sociale. Ci votammo

un giorno a guerre di bombe a carta contro guerre di cui sapevamo poco,

se non la lontananza, maledetta geografia, ad averlo imparato già allora

come va il mondo gettato fuori Atlante… Alzami ancora il pugno e mostrami

quel volto rosso tracciato a nero in confusione di stili, stampa. Basta una moto

e si va al mare. Ho un taccuino da perdere sul dirupo dell’anima romantica, ma

senza contesto, solo Natura da fugare a pieni bronchi. Il panismo metropolitano

ha perso il cosmo in quel buco d’ozono d’incerta fattura. La luna nera, non ricordo,

se aspettamo mai un’eclissi come nuovo giorno di speranza: quella ne avemmo, ed era

tanta, utopica e fottuta. Dissociati, in noi, tra noi, troppo nostalgici d’un’unità perduta

per risanare il presente prima del Futuro. Artisti senza mestiere, ovvero non artisti,

ciarlatani inconsapevoli, esperti in magiche procrastinazioni o nostalgie di miti originari.

E nel procrastinare fuori Storia, spesso fuori vagina (l’amore è vergine, in fondo), ci

accorgemmo che uniti non si muore, caso mai si nasce e si dimentica, finita l’epoca dei

giochi, e rivelatasi la falsa democrazia. Ma eravamo già adulti quando c’accorgemmo. Il

Futuro era arrivato, sbarellato l’amianto, scavallato il millennio, a due cifre, e non erano

le cifre di tutti i nostri nomi. Che bello esser vivi e morire di vita. Sono ironica, lo

ammetto, ma perché dovrei piangere la mia stessa illusione?  Mio padre conserva

la fede d’un tempo: che mi salverò, che verrà il mio giorno, come venne il suo. Ma

io vedo, tutt’intorno …

[…]

Ero la rivolta silenziosa, il culo sul banco sporco dove tu contavi il calendario a matita

nelle tue turbe, ‘psicologiche’: come volevano chiamare quel conflitto che più non

affrontavamo

a colpi di penne e guerriglia contro le frustrazioni superiori di fratelli, sorelle, ai

nostri padri, alle nostre madri; quelli che, nati ribelli e ambiziosi, inchiodarono, poi,

a una lavagna già allora precaria il proprio ruolo sociale, e barattavano la Coca [Cola]

a edulcoranti da caffè, perché s’erano persi la linea, e pure il polso, vorrei dire,

d’animale politico. Meglio farsi tiranni, dunque, che morir senza Bacco […]

[…]

S’io dovessi morire: oggi: di lunedì, senza lavoro, non saprei dir che questo:

“giocavamo con bombe di carta e non m’accorgevo: quella che vendevano: era

la nostra pelle.”

Ancora oggi queste mie parole sono solo carta, nemmeno quella,

e ciò che taglia è aria: come mi sbatte in faccia quando non so far altro che

sognare la fuga.

Ma ciò che leggi potrei cancellarlo (tante volte  lo feci) e

raccontarti un’altra storia,

la stessa, pure quella: mia: individuale, per quanto condivisa.

Storia di luccicanze, affetti, azioni, figli dalle mani

piccole, nati da noi folli coi pensieri grandi, troppo grandi, talvolta;

e tutti i miei figli, un po’ figli miei, sparsi per il mondo,

mai persi, adattati alla vita molto meglio di me, cattiva madre

per me stessa, di saggi pensieri e buone azioni, dispensatrice

di efficaci consigli, così fragile se volti lo sguardo dove non

puoi vedermi […]

E ciò che leggi potrei cancellarlo; e raccontarti un’altra storia,

la stessa, pure quella: mia: individuale, per quanto condivisa.

Il lunedì che passa sa, che non mi fermo, finché respiro.

 

(Lunedì, 9 maggio 2016)

 

 

Annunci

10 thoughts on “Tagli (75). “Bianca come petrolio, nera come la pece”

  1. è un articolo che tenevo da parte. Incerta sulla pubblicazione.
    un articolo che avrò scritto tante volte e cancellato. Tante volte uguali e diverse negli anni.
    ma stavolta ci sta tutto. perché c’è una spinta in più nel liberarmene.
    nei mesi scorsi, come già ho detto, ho lavorato in diverse scuole superiori. Ho incrociato tanti ragazzi. E’ capitato di fermarci a parlare dei miei tempi, dei loro tempi, dei tempi precedenti, quelli dei nostri genitori, poi dei nostri nonni, finché memoria ce ne ha dato. Ci si rende conto che puoi parlare di generazioni e tentare bilanci di eventi, di periodi. Ma ogni coscienza è individuale per come ha vissuto, per come rivive. La mia coscienza è anche incerta, mutevole, meglio dire, e non offre mai una stessa o unica versione. Tant’è che questa storia è solo una traiettoria che già li scritta perde il vero e trova altre verità. Dovrei contestualizzare, mi dico, e mi rendo conto che il cerchio si stringe fino a chiudersi dentro la mia persona. Non era l’Italia dei miei anni liceali. Non era nemmeno Napoli tutta. Non era nemmeno tutta Napoli Est. Non era nemmeno la mia classe tutta. Poi nemmeno tutti gli anni universitari e tutti gli amici.
    Sono nata nel ’78. Potrebbe bastare? No. Assolutamente.
    Ci sono tante presenze a cui mi rivolgo. Una su tutte l’amica che all’epoca manco eravamo davvero amiche, ma oggi è una persistenza cara. Lei che ammazzava il tempo segnando i giorni sul calendario tracciato a matita sul banco.
    Mi fermo. Non voglio dire altro.
    Dicevo, si, perché ho scritto, poi, questa cosa.
    Al liceo artistico (scuola che avrei voluto fare al posto dello scientifico) una mia allieva mi disse un giorno che ero identica a una giovane attrice in un film che parlava della loro generazione. E niente… Ho sentito che forse dovevo lasciare andare qualcosa di mio, che già a dirlo non m’appartiene più come l’ho detto, o non più solo così.
    Ora faccio silenzio e sorrido.
    L’altro giorno ho incontrato un ex collega con cui confliggemmo tremendamente tempo fa. Lì con la sua bimba. Abbiamo fatto pace, senza bisogno di far pace. Gli ho detto salutandolo: “Be’, adesso c’è da far crescere questa piccerella, vedere come se la cava, come si confronterà con la sua vita, con questo paese. La mandiamo in Australia, giusto perché dell’Australia so ancora poco. Vediamo cosà farà, come andrà il suo futuro”. Lui mi ha detto: “Quello dovremo farglielo noi, pensarci noi.” La frase è semplice. Può apparire scontata, ma mi ha fatto riflettere.
    Un abbraccio. Non ho altro da aggiungervi.

    Liked by 3 people

  2. Non hai altro da aggiungere ,se non il dirupo in cui son caduti tutti i sogni che tu, lucida descrivi e senza appigli cui poggiarsi per fermare la caduta…ma fai bene a pubblicare il viaggio di caduta perché almeno sappiano, i costruttori del vuoto , sappiano che noi sappiamo. Credimi: non è poco! Un abbraccio civile e forte.

    Mi piace

  3. non è uno scritto di caduta (almeno non l’ho vissuto così).
    è uno scritto di viaggio
    anche il faccia a faccia tra me in alcuni punti (vedi in “Bianca come petrolio, nera come la pece”) ne è, in fondo, una testimonianza di ‘viaggio’ che, caso mai, affonda nelle viscere, ma non si getta nel dirupo.
    su “i costruttori del vuoto” permettimi di dissentire. Sono stanca per aprire il discorso che ho avuto una giornata un po’ pesante. Per me alcuni momenti (non direttamente vissuti, non ci nacqui in tempo) che oggi sembrerebbero pagine di storia, ma che nessuno può permettersi di ‘giudicare’, a mio avviso, li ritengo importanti. Magari un giorno ci tornerò a riflettere anche su questo, dal mio punto di vista non coinvolto direttamente, non lo so, magari non ci tornerò. Vediamo. Non governo mai troppo come va la mia scrittura.
    Buona serata, Franz

    Liked by 2 people

    1. i venditori di fumo sono altri, fidati, e persistono nei nostri giorni, e molti siedono su poltrone d’un bel rosso sangue che decenni non sbiadiscono, anche se il loro culo prova ad oscurare, se non cancellare, la memoria del trascorso e di quanto ancora scorre nelle vene
      notte, Franz

      Liked by 1 persona

        1. si, ho capito, ho riletto. Avevo frainteso che tu facessi un’associazione generazionale. Be’: così nell’equivoco mi hai permesso di rincarare la dose per i tipi che si spacciano da governanti (s’intende: discorso che faccio ‘a persona’, oltre il loro ‘partito’ di sudditanza: uno ad uno quelli che capitalizzano ‘morti’ e disagi come fossero vita a buon prezzo da rivendere al miglior offerente

          avrò scritto sgrammaticato sicuro che sto sfatta di giorno, ma si capirà.

          Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...