Tagli (57). “Tu: non volevi partire?”

[…] mangio sabbia:
la mia bocca tempesta,
afflauta, accecandolo,
gli approdi del corpo
puri. Ho silenziato il suono obscuro
che fanno le acque nitide in cattive epoche, io
reietta all’impuro d’anime castrate
per piaceri passeggeri, dimentichi di com’è fatica
senza lavoro. Mi proteggo da me, ossi/moro in/carnato, dalla
mia dolcezza quando il biondo miele
accende il castagno e fa invisibili gli aculei di riccio
troppo selvatico per l’amore. Lì mi proteggo in me, nel cuore, inconfesso caldo
ingoiato a pulsazioni pelviche. Di pelvica è sdegno che sale
a ogni compromesso senza meretricio: un guadagno anche in quello,
sarebbe, sia puro o impuro? Qualcuno mangia, svergina, ammala il
mio corpo, scarnificato a numeri di
taglia e marche da bollo, marchiati in segni
lividi
d’anonimato, incomunicanti. Scarnificami, mi scarnifichi,
pasciuto animale politico di turno, con le vuote oralità senza sesso,
la tua fine retorica, falsificazione su falsi storici, di società fantasma liberamente organizzate su sistemi complessi, a botte di margine e rischio, fuori pericolo, dov’è il pericolo, dove sono le mie tette svuotate ad abbondanza, senza liquidi, né figli a poppa?
Avessi partorito in autogestioni scolastiche le occupazioni del mio ventre sarei stata una donna meno santa, più giusta per la causa, compagni. Ma avevo ancora i capelli lunghi e un pantalone da difendere, strappato a morsi di fame e freddo nella mia immagine ribelle. Io
donna. Io
uomo. Semplicemente IO.
[…]
Ieri.
Scioglierò questo mio silenzio, l’incapace parola e il suo contegno.
Troppo accade, come destino, e appare inetto
destinarsi alla felicità. Ma ciò che tolgo a me tolgo, il primo passo, sempre, un passo, scandito a tempi inesatti d’attese. Disattendimi l’anima col corpo: rendimi l’eterno; fuori sante prigioni incatenate a rosari senza rose, fiori notturni senza preghi
a mani giunte tra i solitari ritrovi nel domestico altare. L’oscura belva
ferisce a penetranti spine gli occulti tragitti delle mie peregrinazioni
tra le mie canne d’organo. Ma non pensare io suoni un requiem per ogni anima
impiccata a una fune o alle tue belle cravatte.
 […]
Notti. Fa.
Ho da partire
farmi isola, rifarmi nave,
imbevuta di marine calure
sfregate a pelle battezzata d’onde e legnate.
Dura di fuoco, osso sacro, linfa vitale,
m’accendo senza consumo, di fame
alimento la sete di lavoro, ma resisterò […]
Han detto pochi giorni, pochi giorni
non è lavoro, passar porto non mi tocca
agevolato. Clandestina al lavoro, io, clandestina […]
Mi dite: “fai finta
è una vacanza, tu: non volevi partire?”
Ho perso la fantasia
e d’altra partenza: la mia intenzione […]
Provo a fare che sia, e sia, sembra quasi
una religiosa preghiera in questa carne, senza pane, senza vino,
troppo stanca
per bestemmiare:
Rivoluzione, vedo fantasmi intorno, vedo i nomi, farei i nomi, di tutti i compagni, solitari, Rivoluzione, quale
rivoluzione fu davvero
collettiva?
Avrei da spendere
due parole per la resistenza, ma non si parla di tutti
i confini e i limiti della mia comprensione, dove non parto da
quel punto, dove resisto e non so
perché l’origine mi resta inesemplare, scoordinata, da ogni fede nei padri
(quanta pietà ho in voi)
e da ogni fede nei posteri
(quanta compassione ai mai nati)
e da ogni fede in me, ho fede in me?
(maledetta anarchica) ho un anello
sul dito, meridiano, d’argento lunare,
unico cerchio che incatena patti d’ “io esisto”
ed eventi, nella mia carne senza centro
al di fuori di me.
[…]
Giro l’isola costeggiando il mare
Umori buoni in questo vento tra le gambe, i capelli, le cavità del corpo
distese
in tutta pelle, l’organica
mareggiata
di pensieri scalzi, assoluti,
dedicati alla vita dei ‘nonostante’, e al sogno
senza utopia di socialista universale umanità.
Uniforme, vorresti, confondi, governante, l’uniforme, con la guerra per
amor di patria altrui, fratellanza, mi confondi, governante, l’uniforme
con l’uguale diritto convivente tra noi, ma tu
mi vedi tra i tuoi, ma tu
mi vedi? Rifiuto
partecipanza ai tuoi, rifiuto,
anonimato, tra miei, fratelli
senza unione, fratelli
di sola patria nel corpo quando muore
e ritrova nella terra il sangue raro
versato, oggi, amara mente, dai padri, madri, fiori, tra i muri, pietra, ogni pietra
come squadrata muore.
quante mira coli
tra le fesse di mura
[…]
di vento, onde,
oltre orizzonte, lo spazio/continente di
questo corpo che cammina
sgranando
cristalli a sale
arsi alla sete
voglio la sete:
beve l’immenso
agro da mare
in ogni lime(n)
[…]
[…]
[…]
Mangio sabbia […]
tempestami
[….]
(Napoli/Ischia, Aprile 2016)
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11 thoughts on “Tagli (57). “Tu: non volevi partire?”

  1. Riesci a trasformare il nostro domestico golfo in mille isole di pensiero, in scenari di un cosmo privato e pubblico, in immagine sgranate ed adamantine al tempo stesso. Duro e felice (nella gioia dolorosa della scrittura) al tempo stesso. Partire per un dove che solo la tua anima conosce e solo la tua anima inquieta stabilirà la meta e il sentiero giusto…Buon ritorno se pure partenza non fu.

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  2. sono un po’ stanca e non riesco a rispondere al tuo commento come meriterebbe. In realtà è stata una partenza, tutto molto di fretta, dall’oggi al domani. Sarà duro rientrare con il bagaglio di riflessioni che mi son caricata. Ma sono felice di aver fatto questo passaggio, anche se davvero, conti alla mano, non avrò guadagno economico. E’ il mio inconscio, forse, che ha accettato questo lavoro. E l’inconscio ha i suoi motivi, più lucidi di ogni ragione, che capirò, tardi, ma capirò, già comincio a capire. Poi di questi periodi l’isola è bellissima come dimensione perché non ancora ‘turistica’. Certo: sto elaborando in me delle riflessioni nuove nella mia percezione anche rispetto al rapporto isola/navigazione. Riflessioni che in Tagli non compaiono. Magari un giorno scriverò un altro articolo a riguardo, magari no.
    Buona serata, Franz

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  3. Eppure hai risposto con cura e attenzione, e te ne sono grato. Bello che di ogni esperienza, che sia nata nell’inconscio o nella consapevolezza del brio del tuo io, ogni esperienza, dicevo, divenga archivio di tessiture verbali e carnali che vanno a ricomporre il mosaico in continua mutazione e perseveranza della tua mente inesausta. Forse è questo il verso senso d’ogni viaggio e tu (non mi sorprende) lo sai cogliere come opportunità di rinascita, giorno per giorno. Bella persona che sei! 🙂

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  4. Disattendimi l’anima col corpo: rendimi l’eterno; fuori sante prigioni incatenate a rosari senza rose, fiori notturni senza preghi a mani giunte tra i solitari ritrovi nel domestico altare…
    Ecco, ecco…leggere frasi come queste mi fa stare bene. Dolce Dora il tuo partire, il tuo chiederti cose, il tuo sentire dentro nel vuoto che a volte ci fa muovere invano…
    Non so se sono riuscita a spiegarmi. Spero di sì! 🙂

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