Tagli (52). Vagito

[…] affido me stessa a esecrabili cure, le mie,

come mi vedo di giorno, nuda escoriata d’abisso

la vuota pelle sull’osso, scarnificato del tempo,

sono sangue riverso, duro assoluto,

nell’oceano, rivolta, ho seminato

bene, raccolto mugghia, al corpo, incorrotta,

non mi amate, sono l’amara onda […] ho

l’animale nero, il latte nel pube […] affido

me stessa ogni notte a esecrabili cure, impeccaminose,

l’assassinio cosciente delle vostre religioni […]

ho l’animale nero, latte su pube, il male

sulla bocca, da ingoiare nell’oscuro,

delle vostre indecisioni […], puro silenzio

son’ora, notte,

 

nuda escoriata d’abisso

vuota pelle sull’osso, scarnificato tempo,

sangue riverso, duro assoluta

[…] rivolta […] catena di vertebre […]

 

ali

[…]

ho l’animale nero,  midollo

nel pube

[…]

vagito […]

 

 

 

 

 

 

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6 thoughts on “Tagli (52). Vagito

    1. oggi leggevo a scuola uno scritto sul “tempo” e il “vuoto” e m’è venuta, poco fa, questa cosa qui che non c’entra con gli scritti che leggevo, e non so manco bene che voglio dire. Ma tranquillizzati: è un nero di nascita, ha del bene, lo sento, nelle ossa, nel midollo
      notte, giorgio
      rasserenati 🙂

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      1. Meno male! E’ che oggi associo il nero a qualcosa di brutto… la mia amica Noella mi ha mandato delle foto terribili dal Congo… guerra, bombe, ancora… così il nero mi fa pensare al nero dell’anima… buona notte e perdona l’intrusione…

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        1. comprendo cosa dici. Straziante…
          Perdona di cosa, Giorgio? davvero, di niente. Quale intrusione? In realtà lo scritto che leggevo c’entra poco con il mio “Tagli”, mentre, credo c’entri molto con quello che mi hai appena raccontato. Era uno scritto di Montale che, al di là delle cazzate che ho poi elaborato io, mi sta ancora facendo pensare
          Notte
          Mi sa che è meglio mollo la postazione che non riesco molto a comunicare nitida stasera
          scusatemi

          Liked by 1 persona

        2. rieccomi, con più luce di ieri notte.
          per molto tempo, anni, ho considerato il ‘nero’ come qualcosa di negativo, anche di luttuoso, nel senso di una finitezza irrisolvibile. Rifiutavo di indossare capi di color nero. E come tu osservi era il nero della cattiveria, tante volte, nella mia visione bambina, adolescente. In ogni caso, era un nero che sapeva di morte. Va detto che, nonostante questo, il nero era anche il buio di cui avevo paura immensa perché temevo spuntassero creature mostruose, anche se chiedevo sempre di dormire a luci totalmente spente e senza tv.
          Gradualmente ho cominciato a cambiare la percezione del nero. Prima una specie di involucro protettivo, con cui vestirmi, una forza di negazione, penso, della mia figura nel suo palesarsi femmina. Ma anche questo comportava, credo, una qualche negatività nel senso del sottrarmi all’esposizione; comunque un nero problematico, di conflittualità con me stessa e con l’esterno. Fin qui restiamo nel personale? non so.
          Ma la concezione mi cambia ancora nel tempo. Il nero diventa un colore, ma non solo un colore, che va perdendo la sua connessione obbligata con qualcosa di malato, compreso il nero dell’anima di cui tu parli, e l’apparente cecità distruttiva dell’uomo, o la sua paura del tempo come vuoto da riempire, e quant’altro… leggevo, no, le uccisioni, queste stragi, come “capitale umano”, ovvio, un discorso da considerare nella sua articolazione, e nella durezza e nello spessore che…
          (per capirci… ieri leggevo “Auto da fé” di Montale, ma me ne sono andata, poi per una mia tangente, e un mio diverso riflettere…)
          Cosa volevo dire ieri col mio scritto, con l’articolo? non ti parlo di tutto l’articolo, ma ti dico qualcosa in più sul nero.
          e’ vero: quello che tu mi hai raccontato lo stavo pensando, e pensavo a quante morti e quante nascite connesse insieme dal ventre e fuori dal ventre di madri e padri e… lo sradicamento dell’umano dal naturale primigenio, se vogliamo dire così, il mio bisogno di urlare quanta necessità di riaffermare la nostra natura selvatica, se proprio dobbiamo parlare di vita e di morte, e … il nero m’è diventato lo scuro del ventre, o l’oscuro, per dargli un senso misterico, e l’oscuro anche del ventre di mia madre che proprio ieri mi generò, e l’oscuro del mio ventre senza genesi, ma capace di genesi e d’accoglienza, e il nero fondo di tutte le creature che vengono strappate, come ti dicevo prima, alla vita, ma anche un nero che quella vita può e deve riaffermare, il nero del pube, e la cavità che accoglie in se il pieno e il vuoto, il tempo riempito da vita, non da morte o smania di rimuovere il vuoto, e… Insomma…. non so se mi riesco a spiegare i pensieri che facevo ieri… inconclusi, tra l’altro, indefiniti, e poi … poi… venivo da un cielo nitidamente nero dove le stelle erano meravigliosi punti luce che senza quel nero denso non avremmo mai visto così …
          buon fine settimana, giorgio, a te e a chiunque passi di qua
          per questo aggiungo tale nota e mi scuso per l’incomprensibilità e la bruttezza del mio articolo, ma ormai l’ho pubblicato e con gran responsabilità sento di lasciarlo edito
          in questi giorni sono poco comunicativa davvero, e a tratti irruenta, ma non me ne accorgo, fatemelo notare se mal vi rispondo, perché non è nella mia consapevole volontà e fa a cazzotti con l’umiltà che m’è propria

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          1. Cara Dora, la forza della tua poesia va evidentemente a volte le tue intenzioni, almeno per me, e le tue impressioni vengono mediate dallo stato d’animo del recettore e trasformate a seconda delle sensazioni che vengono stimolate di più… l’uomo nero poi è lo spauracchio che usato fin da bambini, con tutte le connotazioni negative che comporta, ancora oggi forse nel fondo del cervello rimane sempre spauracchio… il nero che da la vita invece è bellissimo, proprio il contrario della paura e della morte! Buona giornata Dora!

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