Annotazione, 3 aprile 2016

posso prendere a morsi la mia carne, dissanguare ogni forza alla parola, togliermi il respiro, restano le ossa, la linfa prima viva, poi morta, pure lei, ma restano le ossa, senza canti, abbandonati al muscolo, fuori legami, sulla terra. Posso incendiarmi d’un solo fuoco e d’una sola luce, un lampo, e sciogliere il cotto nella cenere, ma resta la cenere, col suo muto dialogo, sconnesso nel vento in particelle minimali, fastidiose negli occhi senza il battito d’un moschino; o bevimi, mi bevo: in un imbuto rovesciato, al fondo calmo del mare, nel bacino dove sola è la pace per i relitti di questo mondo. […] E’ parola che inquina, allora, è una parola che inquina, o la batterica dipendenza di questo corpo smembrato e liquidato, la sua condanna alla vita che mai si fa nulla […] La sua forza nonostante; la mia debolezza a lasciare la parola, pur nella sua dissoluzione. Prendo a morsi la mia carne, dissanguo acqua sporca dagli occhi, ogni visione è io, ed io non voglio essere questo limite che m’appartiene, fino a togliermi il respiro come passa da un corpo a un corpo, senz’organi, illusione dell’organico di uno spirito alcolico sopra le cose, tra le cose. Prendo a morsi la mia carne, inciso sulle ossa il calco aggrappato d’ogni arsura, la cenere al fondo troppo muto dei fondamentali. […] il carbon fossile dei sensi […]

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