Tagli (7). Scelte

NON VOGLIO ESSERE LA COSA PIù IMPORTANTE DELLA TUA VITA,

MA VOGLIO ESSERE QUELLA CHE SCEGLIERESTI ANCORA,

NONOSTANTE TUTTE LE COSE BELLE E BRUTTE

 

da quando ho aperto questo sito sono diventata molto attenta alle scritte sui muri, o sull’asfalto, sui pali della luce, sugli alberi, sulle panchine, un po’ ovunque, girando per strada. A volte le appunto, o scatto una foto, o le mando a memoria dopo aver già superato il luogo perché mi s’accende a partire da quella particolare scritta un pensiero mio, una sensazione, un immaginario. Si, forse, mi chiedo anche chi possa esserne la mano autoriale, mi chiedo cosa volesse dire, cosa viveva in quel momento, o a cosa pensava scrivendo, se avrebbe voluto la leggesse una persona in particolare, e se.. se.. se… Tante domande ci potremmo fare, ma poi? In realtà credo il primo impatto sia molto personale, nel senso che non mi piace interpretare la scritta, pur non mancando dal fare ipotesi, mentre preferisco darle un senso mio, metterci qualcosa che potrebbe piacere a me.

Potrei dirvi: la scritta, che apre il mio articolo e che ho rimandato a mente senza perfetta uguaglianza con quella letta, era sul muro posteriore del carcere. Sono certa che vi verrebbe di immaginare una mano scrivente legata a quelle prigioni, non so se dal fuori o dal dentro o d’uscita o d’entrata o… Ma non è detto che questo legame ci sia. Il mio pensiero è che la scritta sia comunque di un innamorato, un’innamorata, questo si. Il mio pensiero interpretante è a una certa malinconia per una storia d’amore finita o sospesa, comunque un rapporto d’amore.

Eppure, nonostante queste ipotesi e interpretazioni, ho sentito che incorporando la scritta tra i miei appunti, e nella mia corporeità, mentre la riscrivevo prendeva già altre traiettorie. Mi ha colpito la volontà di essere scelti nella libertà altrui di questa scelta. Non “la cosa più importante”, ma proprio quella cosa lì, quella cosa scelta al di là d’una gerarchia di valori e al di là del bene e del male.

Sono un po’ stanca in questi giorni e non so se riesco a farvi arrivare degli stimoli da tutte questi pensieri e dettagli che vi sto lasciando così uno dietro l’altro. Ma sono certa che ognuno di voi troverà una qualche sua traiettoria a partire da questi spunti, da questo mio “osservatorio cittadino”.

C’è un’altra cosa che ho rimandato a mente sempre del mio percorso di oggi. Eccola: ero in filobus mentre facevo ritorno a casa. Un sedile può bastare per due che si convivono i corpi e anche per tre… Una giovane coppia d’innamorati. La ragazza, seduta in braccio al ragazzo, parlando a un’amica lì in piedi accanto a loro, faceva osservazioni sulla presenza, il potenziamento, dei corpi militari in certe zone della città, sul problema della diffusione sempre latente della criminalità, dei giovani che si perdono o vengono tolti alla vita, alcuni anche ‘per sbaglio’; sul come era bello [nome], il ragazzo della Sanità assassinato, e … queste osservazioni, le sue, tra altre sue. A un certo punto del discorso ha detto (traduco qualcosa dal Napoletano, qualcos’altro lo lascio):

“A me fa piacere che sono nata a Napoli, ma non lo so se sono contenta di stare qua. Penso ai miei figli, a quella che ha due anni e a questo che deve nascere (ha accompagnato la frase con un gesto appena percettibile del braccio e della testa, delicato, rivolto al piccolo che portava in sé)”

il giovane compagno le ha detto silenziosamente, quasi all’orecchio, “E nuje ce ne jamme”

e lei guardando, e lei con tono misurato, senza eccessi:

“Ce ne jamme, Amo’? E addò ce ne jamme? L’importante è ch’ e figli stanno ca’ mamma e co’ pate”

Io penso che sia meraviglioso lasciare il proprio luogo d’origine e viaggiare viaggiare. Io penso sia bellissimo andare in altri luoghi della Terra e, magari, dello Spazio, per fare il proprio lavoro. Io penso sia bellissimo lasciare per un periodo o per sempre il luogo d’origine per scelta. Io penso nessuno dovrebbe essere ridotto a un punto tale da dover emigrare per forzature, per sottrazione di possibilità, per.., per…, per…

L’ho detto, sono stanca, e riesco a comunicare poco di ciò che vorrei. Ma spero che arrivi il senso non banale che c’è in queste mie ‘registrazioni’. Non voglio sovrapporre interpretazioni, anche se ho espresso qualche parola mia (molto banale questa sì) mentre vi riportavo i due incroci (la scritta e i ragazzi del filobus).

Vi auguro una buona notte

Un’ultima cosa: non pensate questo sia Napoli. Lo è. Ma non è solo Napoli. Rifletterei…

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9 thoughts on “Tagli (7). Scelte

  1. Doloroso lasciare il proprio paese, a volte. A volte si pensa che sia solo per un po’; si pensa: si, e’ un periodo, passera’, tornero’. La vita pero’ poi prende altre pieghe; le intenzioni cambiano, ci si accorge che forse piu’ del paese conta essere se stessi, mantenere la propria identita’, non essere diversi da quel che si e’ perche’ si e’ da un’altra parte. Dispiace aver privato gli affetti della propria presenza; altri affetti ed altre amicizie si sommano, non sostituiscono. Non so come quello che ho scritto c’entri col tuo scritto, mi e’ venuto cosi’, cosi’ lo sentito, abbi pazienza Dora, dopo una certa ora mi spengo… buona notte…

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    1. c’entra Giorgio, come se c’entra…
      il problema è la forzatura, dover scegliere, ma senza una vera libertà di scelta
      Non si tratta di essere legati a un luogo o alla famiglia o… è proprio la questione del poter vivere dignitosamente in un posto come in un altro e poter restare come partire. Non so se mi spiego
      Lo dicevo anche a Franz: la ragazza non si interrogava sul partire, ma sulla difficoltà del restare pur volendo comunque restare in una certa situazione. “Addo’ ce ne jamme” (dove ce ne andiamo) era nel tono “non ce ne andiamo comunque”, io non me ne voglio andare. Non sovrappongo. Purtroppo non sempre si può riportare il tono del nostro parlato nella scrittura
      Questo c’entra con quel che tu dici rispetto all’identità, al sentirsi se stessi
      Davvero sono un po’ stanca e spero adesso d’aver io stabilito una connessione non sballata col tuo commento
      Grazie Giorgio
      una buona notte per te

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  2. Comincio a intendere la tua sezione “tagli”…squarci di vita direi…iconicamente forti, a volte duri a volte teneri…la scritta è forse la dichiarazione d’amore più carnale ch’io abbia letto da un po’ di tempo a questa parte…”voglio essere quella che sceglieresti ancora”…l’ha scritta una femmina che ha parlato col ventre profondo.

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  3. a me ha colpito molto quel “e addò ce ne jammo” della ragazza. Qui non rendo il tono. Non era un’interrogazione la sua, ma era un dire: non ce ne andiamo, fa nulla che è difficile, ma restiamo qua, e l’importante è che i bambini stanno con noi… Insomma… non sto interpretando, volevo solo precisare che non era un’interrogazione
    Hai detto ‘ventre’, pur parlando della frase sul muro e mi sono agganciata con questa precisazione.
    Ma si, forse poteva esser stata una donna a scrivere quella frase, forse un uomo; son sempre ipotesi.
    Comunque un bel po’ di vita…

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    1. non ricordo la frase corretta in quel passaggio, penso variasse un po’, ma il senso complessivo, l’andamento della frase era piu o meno come ho scritto
      credo comunque fosse una scrittura maschile, ma non m’importa verificare

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  4. Non so, leggendoti mi è venuto in mente questo pensiero..
    Il problema è che non riusciamo più a meravigliarci, meravigliarci per le piccole cose, per le cose semplici, per le vite altrui, per i sentimenti e per tutto ciò che trasforma l’odio in amore e la sofferenza in gioia.
    Ho pensato molte volte anch’io che la mancanza del desiderio di meraviglia sia per noi come una forma di atarassia conclamata, ci siamo cioè immersi in una condizione di imperturbabilità emotiva in cui è evidente la mancanza di legami emozionali con l’ambiente, con le opere e con le vite altrui che ci circondano.
    Penso che sia proprio l’esserci addomesticati ad una forma di coscienza collettiva che abbia annullato il “sentire” e di riflesso il desiderio di emozionarsi.
    Gustave le Bon, un importante antropologo e sociologo francese, cosi descrisse la perdita della coscienza individuale una volta che viene resa collettiva dalla “massa”…

    “Dal solo fatto di essere parte di una “massa”, un uomo discende da generazioni su una scala di civilizzazioni. Individualmente, potrebbe essere un uomo civilizzato con i propri desideri; nella massa diviene “barbaro” in preda all’istinto, possiede cioè la spontaneità, la violenza, la ferocia, l’entusiasmo e l’eroismo dei primitivi. Un individuo nella massa è un granello di sabbia fra altri granelli di sabbia, mossi dalla volontà del vento.”

    Forse la mancanza del meravigliarci anche per le piccole cose è frutto di un condizionamento effettuato negli anni attraverso le abitudini a cui ci ha costretto questa forma obbligata di “coesione sociale”, lavorare ed essere sempre più produttivi per non perdere il posto di lavoro, guadagnare tempo nelle attività domestiche acquistando quello che serve già confezionato, passare il tempo libero davanti alla tv anziché in mezzo alla natura o ad ammirare la bellezza delle opere d’arte, insomma, abbiamo perso parte di quegli stimoli che erano indispensabili per accendere i vari desideri, fra cui quello di meravigliarsi.
    Oggi tutto è ovvio quindi non interessante, perché tutto è scontato e suffragato dalla nostra insensibilità verso qualsiasi tipo di bellezza, quella bellezza di cui abbiamo bisogno per meravigliarci e per nutrire la nostra anima.

    Ti lascio con una frase di un filosofo famoso, Heiddeger era sicuro che «Ciò di cui si meraviglia il senso comune è divenuto ovvio; ciò di cui il senso comune non si meraviglia è divenuto, problema in senso autentico».
    Ti auguro una lieta notte e ti ringrazio per l’emozionante scritto frutto di grande sensibilità originata dalla bellezza della tua anima.

    Grazie di cuore Dora per questi tuoi spunti…

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    1. grazie per il tuo commento. è molto importante quello che dici del ‘meravigliarsi’. Lo condivido profondamente.
      Eppure io nutro ancora fiducia nel fatto che non si è del tutto persa questa meraviglia. Il problema, a mio avviso, è che è diventato difficile fare della meraviglia una forza di coesione e un sentimento non relegato ad esser superfluo. Non so. Meravigliarsi è una forza che permette al lavoro stesso di non essere solo ripetizione d’azioni sempre uguali, ma investimento d’energie inventive. Non so se rendo cosa voglio dire. Sono davvero stanca stasera. Dovremmo sottrarci alla mediocrità che cercano di inculcarci come miglior livello d’inserimento in ogni campo del vivere. Sottrarci all’uniforme.
      Buona notte, Nico
      grazie infinite per il tuo intervento

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