Annotazione: Alterità (2)

<<Non è la prima volta che rifletto sull’alterità. Negli ultimi tempi mi capita spesso, quotidianamente, come se avessi incorporato questa esigenza, questa ‘responsabilità’ (fuori sistemi categorici, tuttavia). Non so dirvi perché ogni volta che mi accade ritorno, sotto sotto, e senza confessarlo, ad un libro che mi colpì  tanto, anche se mi dissero: non c’avevo capito nulla. Ogni volta mi tengo a distanza da quel libro, perché so che hanno ragione e che, si fossero pure sbagliati, non  ho mai amato vincolare il mio esperire e il mio pensiero. Ma ci sono degli stimoli che si fanno per noi importanti: una lettura, un avvenimento, altro. Ascoltiamo, accogliamo, lasciamo emergere, è così, forse. Ovviamente non rispondo a domande del tipo: che libro? cos’altro ti vai leggendo che pure c’entra? Varie, simili. Di me rispondo su tutto quello che vi viene, se vi viene. Editiamo; siamo esposti.
Segue, dunque, la mia annotazione. Ho scritto (2) perché potrei aver già pubblicato qualche annotazione a tema; non ne sono sicura, ma di certo ne parlo spesso, lo ripeto, qua e là, tra le righe.
Un ‘minimo’ scritto, senza principio né fine, a mio modo e mio pensiero… (bada: la scansione non è in versi!)>>
[…]
a volte pretendo tanto; da ogni creatura,
da me stessa; prendo la vita a più bracciate,
poi mi stendo al sole e resto silenziosa, bagnata,
allo stremo d’ogni lingua acquatica quando non
giunge al mare, non sbocca, e si ritira, senza più umori,
parole da rilasciare; io senza parole, come fossi l’unica
creatura al mondo che ho da ascoltare, senza nessuno
a cui dar disturbo, senza nessuno a cui dare gioie.
Impermeabile, la mia pelle, il mio volto, una corazza dura
senza guerra e senza pace, sotto il sale, gli astri, l’ignoto,
sulla terra, sotto l’onda, poi la pioggia, come l’onda frange,
ed io senza dio, ed io fragilmente, ed io: come la mente sola
può pensarmi tale. Ma no, non ci si protegge
dalla bellezza delle cose. Accoglierne: anche il dolore.
La libertà d’un attimo. Responsabilità: prendere tutto,
nulla tenere, ché non si possiede l’alterità, caso mai
si custodisce nel profondo delle viscere come sparse
al proprio  corpo. Fammi, ogni giorno, bellezza
memore di te.
Tutti aiutiamo la paura, la paura non aiuta nessuno,
e il timore: troppo divino per l’umano. Fraintendersi;
lo chiamiamo così, ma è la paura questa del sentire
altrui, del sentire noi, del sentire, come ti sento,
fratello, diverso fosse solo per passaggi tra corpi
distinti l’un l’altro. Tu soffri, mi chiedo, tu soffriresti,
smessa la paura, tu soffriresti di me? Sono domande
da farsi, da non farsi fino a dissolvere chi è fronte a
fronte, tu a me di fronte, tu a me accanto, tu nel canto
della mia mano tesa anche senza presa. Tu soffri, mi chiedo,
tu ridi, tu ami, mi odi, carezzi pensieri, dai schiaffi nell’aria,
sospendi le mani sentendomi vuoto, tu senti il tuo vuoto?
Sono domande da farsi, non farsi mai fino a dissolvere chi
è di fronte, la mia fronte, come scotta. Una prigione per
la bellezza, per la nostra testa, nella tua testa, per la mia fronte
impressa alla tua fronte, dov’è la mia fronte alla tua fronte,
il tuo volto al mio volto, teneramente? Ospitali.
Quelle domande da farsi, da non farsi mai fino a dissolvere
l’alterità. Un muro trasparente, uno schermo dove
tutto si proietta, nulla si guarda oltre la propria
invisibile proiezione, indivisibile proiezione. Separami
da te perché possa guardarti, ma non costringermi mai
attraverso questi muri, fratello. Ho bisogno di sentire
come lo spessore delle tue labbra combacia
allo spessore delle mie labbra. Quando parliamo.
Quando taciamo. Se tremi non ho paura
dei miei morsi, dei tuoi morsi. Ho paura
quando levi alla terra le vibrazioni, come
fosse possibile reprimere i fondali d’un e-
mozione che risale. Ed è così, che ho bisogno
di sentire i tuoi piedi sui miei piedi, terra battuta,
i tuoi palmi sui miei palmi, contro i miei palmi, se
vuoi. Non c’è urgenza in questo, non c’è rimando,
ci sono soltanto questi palmi e la loro presenza
fuori d’ogni perimetro di paure e di illusione.
Provocare sofferenza no, non può essere
di certe bellezze. Per quanto il mio umano soffra,
il tuo umano soffra, e quel muro sia sempre lì,
splendido e colpevole d’ogni terrore e ogni scissione.
Fronte a fronte, palmo a palmo, bocca a bocca,
mentre parliamo, mentre taciamo, non fare più
domande, m’affido a te, rispondimi
[…]
Vedo una madre baciare le labbra del suo bambino,
guardare il suo bambino, il suo volto, […] vedo
una madre, vedo un bambino, […] vedo una madre e
un bambino […]
[…]
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12 thoughts on “Annotazione: Alterità (2)

  1. dovremmo davvero esser dotati di “antenne” che ci facessero captare non solo pensieri ma sensazioni di pelle, ogni rossore, ogni impallidire, ogni fremito…Noi siamo dimentichi di questo unisono che , invece, è ben noto ad altre specie (vedi l’instancabile fervida formica o la misteriosa ape cara a Maeterlinck)…La capacità “angelica” (nel senso caro a Wenders)…d’avvertire l’umano, tutto l’umano è “sesto” senso ormai raro. E’ bello che tu lo insegua (anche se ti potrà causare sofferenze) e lo richiami con forza in questa lucida annotazione. Ciao Dora

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    1. ti dirò… il mio interrogarmi nasce, in fondo, non tanto sulla fusione o confusione o non so come pensare, ma su quell’avvertire, forse si, che potrebbe essere, non so, le formiche lo fanno? chissà. Non ti do una risposta precisa al tuo interessante commento perché toglierei qualcosa all’annotazione, non trovando adesso altre parole per esprimermi. Poi è un viaggiare. Io non sto mai nelle certezze. Figuriamoci certezze sulla scrittura!!! Mi ci sto ancora appiccicando con la faccenda dello scrivere, non perdo d’occhio che ho da dare una svolta.
      ci rifletto su quel che hai detto. Forse l’alterità ci porta anche al di là del sesto senso? sposta il tiro del discorso? chissà
      ciao Franz
      grazie

      Liked by 1 persona

      1. le formiche fanno “corpo unico”…forse per noi sarebbe troppo…ma quel che tu dici, anche a proposito della scrittura, è si forse anche oltre la questione di un sesto senso…è la ricerca di uno scrivere in sintonia con l’altro, avvertito come vero ed ineludibile; non una scrittura che si autoriflette, dunque, ma che si fa carne tua e altrui al tempo stesso…Non mi fraintendere, che non è certo voglia di metter su un paragone, ma questa tensione era quella che avvertiva il piccolo padre Tolstoi, sino all’estremo di sacrificare per questa scrittura ogni piega del suo privato, della sua salute…l’angelo Serafino Gubbio soffriva d’avere questo dono e doveva scrivere, appuntare per liberarsi dal dolore…anche le scritture apparentemente leggere vivono di questa carne…e dunque scrivi e fai battere forte il tuo cuore nel farlo.

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        1. ah… la salute a volte ci penso che la scrittura me ne toglie parecchia, ma poi mi sento al rovescio anche più viva e mi tranquillizzo. Certo è stremante. Comunque non facciamo paragoni irriverenti, anche se credo di capire più o meno quel che dici riguardo Serafino Gubbio e concordo. Faccio il mea culpa… la vicenda di Tolstoi la conosco poco, ma lo tengo come suggerimento di lettura. Non ora ovviamente! Magari ci do un primo occhio domani se ci riesco coi tempi

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    2. “La capacità “angelica” (nel senso caro a Wenders)…d’avvertire l’umano, tutto l’umano è “sesto” senso ormai raro. E’ bello che tu lo insegua (anche se ti potrà causare sofferenze) e lo richiami con forza in questa lucida annotazione. ”
      Bel commento, Franz, breve e colmo.
      gb
      Tu riesci a fare “citazioni” che aprono il tuo dire…
      Non è così per tutti, no.

      Liked by 1 persona

  2. “Ho paura
    quando levi alla terra le vibrazioni, come
    fosse possibile reprimere i fondali d’un e-
    mozione che risale”

    Tu sai come io “commenti” i tuoi canti.
    Ho sentito molto, Dora.
    E per questo ho copiato e incollato tue parole che sono anche “mie”.

    Sono in un momento “così”.
    A presto, cara.
    Buona nuova settimana
    gb

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    1. una buona settimana per te, cara
      i momenti ‘così’ sono della vita e arrivano per farci sentire, poi, con più piacere il ritorno di giorni luminosi? forse anche per questo.
      riprenditi presto!
      ciao, bella
      d.

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  3. Ma se anche quelli per cui tu soffri non soffrissero per te, non sentissero quello che tu senti, tu continueresti lo stesso a soffrire per loro? Io credo di si… non potresti essere diversa perché gli altri non sono come te o hanno diverse sensibilità. Magari si potesse… ma chi nasce tondo non muore quadrato, purtroppo.

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    1. Giorgio io penso che tante volte noi ci ostiniamo nell’avvertire le cose in una sola direzione perché ci dimentichiamo d’ascoltare, di accogliere la diversità, cosa che significa anche accettare il fatto che le vele del proprio sentire non siano soffiate per tutti dallo stesso fiato e che mentre uno si ferma un attimo in un punto a fare una sosta, magari l’altro non è nello stesso punto, ma è già in viaggio verso altri lidi, o senza nemmeno un orizzonte, sia pur provvisorio. A volte crediamo che il fatto che il nostro sentire sia immenso e incontenibile sia tale anche in altri da noi e, soprattutto, possa rivolgersi anche a noi. Ma non così, non lo è sempre, e anche quando lo è resta comunque un sentire diverso che si affianca al nostro.
      Le mie sono solo riflessioni perché in fondo io non sono una persona che soffre, nel senso che amo la libertà che è doverosa in ogni incrocio o relazione o rapporto d’ogni tipo, anche quello col negoziante di fiducia. Ciò di cui soffro è la mia incontenibilità, il mio pregio più grande e il mio difetto più grande. In fondo è anche ciò che mi fa scrivere. In parte c’entra. Fuori dalla scrittura, visto che ne hai parlato, si: sono estremamente sensibile e questo, mi rendo conto, disturba i rapporti, siano amicizia o altro, perché vengo spesso letta come estremamente delicata e complicata e ciò fa arretrare le persone per paura di legarmi, appiccicarmi e generarmi dolore, oppure vengo letta come pesante, e lo sono, forse, me ne rendo conto. Per me interrogarmi sull’alterità nella scrittura è indubbiamente un modo per capire anche come mi muovo, per uscire da questo circolo vizioso dove tutto mi si ripete sempre uguale. E lo ammetto: sostengo fortemente la mia solitudine, ma a volte pure un po’ mi fa male quando mi accorgo che diventa il mio impermeabile, la mia manifestazione d’orgoglio, la mia manifestazione di dignità e autonomia verso tutto e tutti. Questo detto di me umanamente, fuori da ogni credo in quell’altra solitudine, luminosa, a cui non rinuncerò mai e che permette proprio l’ascolto dell’altro.
      Tutto questo per dirti (siamo usciti fuori ‘annotazione’ ovviamente) che la sofferenza può accadere, ma siamo noi stessi a generarla. Personalmente ho lavorato molto sulla sofferenza al punto che oggi mi ritengo equilibrata e incapace a soffrire. Non so sia un bene o un male questo che dico. Ma l’unica sofferenza che riesco ad accettare come possibilità è quella legata alla malattia del corpo. Vero: anche la mente è corpo, ma quella si può governare di più, forse, almeno io riesco a vivere con equilibrio oggi in questo senso. Sarà che quando affondo nel soffrire tocco il limite estremo in cui inizio a ridere da sola della mia ridicolaggine e mi accorgo che non sono poi così gigante e che non ha senso soffrire e rido rido e penso mi faccia bene.
      insomma.. mi hai tirato un bello sproloquio…
      Ora. mi placo che devo organizzarmi il lavoro per domani: primo giorno c’ho un’ansia che m’assale…
      Grazie per la premura, ma io so rocciosa, ce la faccio sempre a svignare dai miei grovigli, almeno spero…
      Una bella serata per te 🙂
      ho visto hai pubblicato
      più tardi passo e leggo …

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