Nostos

<<qui ci vorrebbe la pazienza e il tempo per chi legge.

è uno scritto del 2008 che nasceva in questa forma/bozza a seguito d’un sogno che feci.

certo, non sognai nel dormire tutto quello che, poi, ne venne sognando da sveglia.

lo editai in wp proprio tra le prime cose, ed ebbe una sola visualizzazione, non per la lunghezza, ma perché non avevo ancora avviato le interazioni

me ne sbarazzai, a seguire, per una mia insoddisfazione rispetto a tale bozza e ancora oggi mi chiedo se non sia solo una ridondante complicazione che non rende quanto sognai…

si trattava di un sogno dove il nostro pianeta andava a rifondarsi…

Se non mi convince, perché ve lo lascio? Misteri della mente che solo il lettore può, forse, aiutarmi a sciogliere… (anche se dubito riusciate a ritagliarvi tanto tempo per andar dietro a ‘sta roba 😛 )>>

….

Desolata, assolata,

l’immaginai, troppo ricca la

terra vergine, vestita di

lapillazzuli,

agro di rosso, dolci di verde,

dopo la tempesta magnetica

della mia giunta epidermide

alla crosta del tuo sangue già

smarrito nella guerra andata

dei sessi, ora congiunti

passeggiamo sul ventre

troppo tenero, forme

di granulose nuvole d’ombra

proiettate e perse nell’

infiltrazione di luce tra

l’assenso di luce all’oscurità

dell’intimo di cui il respiro pilifero

è fragilità più che prolungamento

prima che la forza nell’oscillare

espanda

d’onda in onda

gravitante fuori orizzonti d’

attesa, contenuta nella fuga d’

un corpo verso in altro corpo,

prima del desiderio e nel desiderio

proteso memore di

viscerale nostos.

[…]

Quando baciai la terra e sorso

sorso bevvi l’uomo nuovo,

arcano di segno e di bozzolo

filato nelle litanie del verbo,

rimpastai nel labbro sul labbro

l’avorio umido dei denti scarni

roseo mollusco ritrovando nel

verso del tamburo percosso

a hertz terrestri, segnali del

fluire eterno, un fucinar di

fuoco e metallo, aureo disciolto

nel grano d’argilla imperlato

tra dita piumate, in unghie

diamante, di dio, spettro di

luce.

[…]

Era l’alba, era la notte ultima,

nel bagliore d’ombra non seppi,

aurora pareva il fluttuar del cielo

nelle tende di cristallo come coda di

pesce mentre affondava o risorgeva

il pavone, qual araba fenice, granula

salsedine, vagata in mare, piumar di

luce, remeggio al cielo le forme tutte

levi messe al mondo, per clinamen

filate, nelle dita d’arpa, scalata,

la  montagna vidi venire verso

la montagna, la mia ombra verso

l’uomo, che sono, il vento

verso il respiro.

[…]

Fu d’afa il mattino, appiccicato tra

gli occhi, la resinica colata della

compiuta simbiosi

tra la bionda e la bruna

razza di picchiata al tronco

vermineo, squamato, d’ultimo effluvio

d’argento che si mutava

nell’aura d’oro cinerina mantello

di crine rotolato dietro il capo dei

monti verduri, alla nuca d’atlante,

misterico il reggimento del mondo.

Nella goccia di sudore colava

l’emoto stupore del risveglio.

[…]

D’alghe o

mollusche melasse ci nutrimmo,

padre, madre, il figlio del

figlio, latitante, la freccia

per l’arco sospeso alla

mutazione del tempo,

l’altalena gioconda scandiva

la danza dei culi premuti alla

scorza, legnacea, della terra,

nata fu un tempo, ora diafana,

a tempo, alla giocoleria del

vento, tra le canne pensanti,

di slancio in slancio, in variazioni

tese, oltre il limite nella certezza

della dondolante sospensione

prima del ritorno

prima del volo.

[…]

Ibride macule, il cielo

tre braccia sotto i piedi,

eran le florescenze

ondeggiando al mio tentoni

di tocco e dipinte parean le stelle

marine nel fondo oculare dell’

acque tra flora e il cielo

fra me ed elle e me ingresso

di melma le membra

braccianti imbevute

come cane di collottola preso,

orizzonte il mio corpo

al fondale affondato

sotto la piana d’azzurro etereo,

meteoriti in galleggio risalivano

a scoppio di moto l’impomiciata

Terra sovrana nell’ordine ignoto

che vedevo

di terra mare orizzonte cielo

pioveva argilla e peli d’erba

al capo ove dritto e rovescio vestivano

lo stesso universo.

Pluritonanti le voci di detto ed eco

si condensavano in nebulosa sfera

parabola al mio orecchio, buco nero.

[…]

Un fiorellino, due fiorellini, tre, che son vivi,

di che son vivi?! Zucchero l’odore menavano

dal ribollire d’acque meliche che battezzava

l’oracolare corolla fin sul respiro clorofilliaco,

tanto che il pianto pensai quell’umor liquido

fosse dei fiori sottacquei nell’eterne ampolle

sibilanti il destino dell’umano e d’ogni foglia

figlia di quell’amnios gorgogliante al mio

veleggiare di braccia mentre tentavo cogliere

tra polsi e dita il secreto vitale di quell’insolita

pianura di terra terrestre piantata sulla rena

sommersa, protetta, da membrana di mare; io

ancora orizzonte il mio corpo sospeso a

fil d’acqua, sale gli occhi, pell’ di vetro,

ciel di polvere focata spiovente

nuvolar di sulfure.

[…]

Dopo tanto oscillar, galleggiar, pendolare

tra la terra sovrana e la terra sotto messa

alle acque, di tanta vacante presa io stanco

a tentare, mirabile stupore – e di più! –

tra le mani i solchi trovai di semi, se non fiori,

i desiati, e a sospirar cominciai tra le fesse

– stigmate parevano, se cosa nota – e, di spirar

in soffio accellerato il ritmo, miracolare vidi

come muro le mie palme di fiori spuntare;

sì la vita tenera tanto allora mi ‘pparve e

fragile a tenerla tra le mani che mai più

d’allora tornai a dondolar rapace su un prato

in fiore falciando di piede, fosse prato d’acqua,

di vento, terra, miraggio, o…

ooh…

[…]

Forte

ché forte mi teneva

il cordone pensile e

se d’Icaro temuto avevo il volo

‘pur non temevo corpo di cera io

mi sciogliessi al cielo fondente d’argilla

ché argilla ricordavo sorella

per antico racconto

e più era calda più sentivo

bella l’accoglienza di quel fondante cosmo.

Così pensavo, sorpreso ad ogni idea

dalla metamorfosi d’un genio libero

che io, senza paura, non comprendevo,

‘sì troppo bella era la giostra di quello strano

cosmo, ‘sì troppo mare,

‘sì troppa luce,

‘sì troppo cielo,

‘sì troppo fuoco

‘sì troppa terra…

‘sì tanto…

[…]

Eppure caddi o

per solidal mutanza fui mollato,

giù, immerso nel glu glu delle foglie,

le corolle scoperte di miele fluido

nel fluido, più denso del liquido

spettrale, d’aroma non meno intenso,

di dolce e di sale sciolti, cristalli se sulle

forme in riposo, com’io mi posai

dopo nuotato e notato

in pinne di petali, acquatica farfalla, ove

mi fu concesso ingegno, dalla mia corda

diafana respirando, sempre più lentamente,

respirando…

[…]

Fatto domestico al luogo, ecco che

capriolavo nell’acque

schiccherando conchiglie

sul fondale d’argilla piovuta

fino o al piano sommerso

quand’un ombra, enorme, mi superò

lungh’esso, non so se d’acque stesse

creatura o di cielo o sol vapore esalato,

pensai, dal caldo impasto nel tuffo; ma

qui soffermò,  come ali d’angelo o magnifico

sparviero o mano d’uomo a contarne

il vasto piume di gigante, più che umano.

Dell’alto nulla sapevo tanto ch’ero al fondo.

Allora nella rena specchio cercai dell’ignota

cosa al cristallino sale, ma tutta la sagoma

più grande giù venendo aveva fatto nero, che

di paura, non so, o se di stupore preso, come

tellina m’infilai sotto il mantello di marina tella,

finché stanca l’attesa d’una sparizione o

d’un nefasto se non fausto evento

m’abbandonai al sogno

caldo, ché caldo, sempre più caldo si faceva

quell’accogliente  grembo

mentre ancor fido e ‘nodato nel

cordone pur respiravo qual m’aveva

mollato in quello strato di cosmo.

[…]

Senza sogni fu il sonno e

puro, senz’incubo

ché la sostanza era tanta da non contenerla,

ma immaginare gli piacque

al risveglio chiedendosi, sogno ad occhi aperti,

dove avesse il cordone origine e sostentamento,

se alla sua cima fosse luna,

membrana aerostata, o fanfaluca, se non

rampica di fagiolo in bozzolo, come in certe fiabe

di giganti e briciole e fogliar fatati;

o, forse, un aquilone

pronto a salvare ogni ribellione alla

massa che toglie l’ali ai piedi e

la mente libera che le fece messaggere

di tanta leggiadria dove a un balzo volò via…

[…]

Dormiva dormiva,

mentre dormiva un filo candido,

com’è bava al sole seccata

nell’acqua resina sciogliendosi,

dal cordone cominciò a prenderlo e

torsolo di gomitolo l’avvolgeva il

corpo sfilato alla coperta d’argilla e

lievitante nell’acqua gravida di poltiglie.

Una mantide religiosa,

di porpora intinta la piluta scorza,

teneva le fila dalle profondità più somme

della Terra celeste, ché aveva di natura infranto,

in un giorno distratto del destino, la legge

ove appare più dura e più cruda nel

fagocitare la vita che tra eros e tanatos

viene a dar vita; Mantide Pietosa,

a nulla magia di proliferar più data,

condannata senza sosta, nell’iterare

d’un cronos severo e perpetuo, ma

non figlio né padre di miracolare eterno;

Mantide ascosa, a preziosa seta di snodate membra

estendenti verso marina tella

e di fauci bavanti un bozzolo e sempre lo stesso

a farlo e sfarlo costretta, fino a che disfatta,

mai farfalla – se non più aracnide -, vede nascere;

ora, inconsapevole o, forse, per protettivo istinto,

scoperto aveva in fondo più fondo un clandestino figlio

nello yo-yo costante del  ritornante amplesso

d’un tesser rotondo che più spirale parve alla pietosa

e fu respiro dalla prigione che la teneva scissa tra

desiderio e azione a rifilar destino;

disciolto il labirinto in semplice arabesco,

sembrò con le zampine, monstrum, suonare

un’arpa d’orzo e avorio: così ora tessuta

al sorgere del giorno.

[…]

Sbozzolai.
<<E venne un angelo

col suo trombone, tutto di bianco,

splendeva al Sole…>> Non aveva ali

né di meno pinne, ma piumato il suo canto

in ogni dove andando era annuncio, di cosa

presto non seppi dirlo, ‘ppur il rumore non fu meno

di quel suono di giglio; come manto uniforme

ondeggiò ognundiverso in una carola dal moto dolce.

E dolce il colore dei volti fatti rugiada

mentre scioglieva il calor d’argilla qual ghiaccio e

la sabbia di cristallo fluido faceva

dello strano cosmo ogni raggio;

‘ché mi parve d’esser stato mai in più noto posto

per il musico che menava flauto

natale attraverso ogn’osso.
<<E venne un angelo tutto di nero…>> ma

non a lutto né eclisse o rovescio di quello visto

candido non meno bello non meno vero se

ogni forma trova nell’ombra il segno

del suo concerto con l’universo.

Batté i piedi d’avorio su marina tella

e le palme oltre il cielo, sulla terra superna

oscillando flessuoso la sua sagoma filiforme:

a ogni ritmo rispondevamo giunti danzando

mani nelle mani in circo d’onde vibravamo

come a sasso menato in mai più limpida fonte.

<<Venne una donna piangente…>>

staccandosi lampo dal coro, ma

eran lacrime d’amore

per lo sguardo che fissava

tutt’il giorno ogni creato al Sole.

La terra bruna liberò lo zolfo e

nei soffi di vento pur danzarono

sul dorso degli uomini nudi e infreddoliti:

scaldando coi capelli filigrani delle spose

nerborute le schiene dei mariti, con aliti

fanciulle ispirando le bocche dei giovani

igneoti non ancora innamorati. Quando

cessata la musica di colpo il mescolar del mondo

fu troppo candido, nel troppo nero risucchio;

laddove il vortice ha quiete tutti stesi ci mettemmo

–rassegnati o forse nel timor sperando- ad aspettare

il turno del gregge di pecore bianche e nere, ma

pur gialle rosse azzurre…, e dalle fosse dei morti

l’acqua santa sgorgò a fiotte, come linfa che fu vita

nelle vene in tutti i giorni, e nella notte d’ ogni tempo

spirò come l’eterno; le scorie, prima centrifugate, ora

posavano e mutavano in scorze d’arance e poi

si fecero stelle, le polpe di bocche in sorrisi a

riscoprirle così odorose e belle, ….

La melodia riprese ché mai era finita.

Non ci chiedemmo nulla; solo silento e gentile

danzò ogni fiore un pianto, commosso di vita in vita,

così tamburavano i corpi la melodia infinita

….

d°’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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12 thoughts on “Nostos

  1. Sembra di viaggiare, in questo vero e proprio poemetto, tra le notti calde de “Les Fleur du mal” e i veleggi fantasmagorici de “Le petit prince”, con questo titolo echeggiante il mito che fa da soglia all’ingresso onirico nella madre terra che si sconvolge e si rigenera. C’è tutto, compreso lo stupore e la sospensione percettiva che prende il “dormiente” al risveglio… E poi i lemmi che adoperi! Non uno fuori posto, tutti sonanti e pregni di viaggio semantico…Un’operina di altissimo livello! Hai fatto bene a rieditarla…a me era sfuggita…Che bel viaggio leggerla e accompagnarti nel tuo oneiros…ciao

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    1. se.. va be’…
      te l’eri perso perché non eri ancora mio contatto in wp
      e a dire il vero stasera ho riciclato dalla mia stessa scrittura che comincio ad accusare a scoppio ritardato un impatto di ieri in bici (non a causa mia, te lo preciso, volevano pure pagarmi i danni, ma continuavano a litigare tra loro…). Diciamo che te la sei tirata: non è vero, ma ci credo… ah! ciò per dirti che mi sa non riesco in questo momento a rispondere adeguatamente al tuo commento, troppo per me… Veramente, Franz. Non sto scherzando. Non facciamo paragoni irriverenti.
      magari ripasso
      devo darmi una scrollatona di testa e vedere se si riorganizza, ah!
      grazie comunque del bel commento

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      1. ah ah ah…se le botte accidentali che prendi nelle tue evoluzioni acrobatiche ti fanno riandare in “nostos” con questi risultati, che dire…non tutte le botte vengono per nuocere… 😀 fatti pure una grattatina e altri gesti apotropaici se ti rassicura! 😀 😀 😀 …comunque confermo riga per riga il giudizio sul tuo poemetto…magari i poeti che evoco ti avranno affiancato nel tuo tunnel onirico o, magari, nel 2008 (anno di composizione come dici)…ti facevi meno paturnie sulla scrittura e la lasciavi andare libera come una farfalla…cosa accadeva quel 2008 ce lo puoi dire solo tu.

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        1. non amo il modo in cui è scritto questo componimento, lo trovo troppo, non so, l’andamento delle parole oggi non lo sento più mio.
          è cambiata molto la mia scrittura e, siccome la ritengo una zona in cui misuro anche me stessa, penso che devo essere cambiata molto anche io, e credo di si. guardo di più, ascolto di più, al là della mia testa. Credo sia importante, più verso la strada di una possibile apertura agli altri, nonostante il criptico che resta nel mio scrivere

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          1. comunque anche la scrittura, come la vita, è un andirivieni. Ciò che eri non scompare ma s’annida tra le pieghe delle tue metamorfosi…anche questo poemetto s’apre agli altri, eccome…non è da tutti condividere, vivido, un sogno ed esporre i turgori e l’eros del corpo-mente che l’ha prodotto…e poi, come diceva zio fritz Nietzsche, uno scritto anche appena edito, non è più dell’autore ma gira da sé il mondo e tesse tele e labirinti come un ragno che l’autore più non controlla…quindi non rompere e lascialo girare tranquillo il tuo “Nostos”…voleva uscire nuovo e rampante, e non me lo trattare male che, ora che l’ho letto, è pure mio… 😀

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            1. si, conosco, questo pensiero di N. ed è interessante la tessitura delle ragnatele da rapportare alla scrittura
              ok, come si dice “la poesia è di chi gli serve”, per dirla alla Troisi, anche se non so l’espressione fosse all’origine sua, ma penso di si

              Liked by 1 persona

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