Dove si svergina la parola?

<<è ormai noto che in bici (la mia ‘amante bianca’, già vi dissi) scrivo, ovviamente mi fermo, o appunto a mente cercando di tenere quanto più posso dalla dispersione; poi ci torno. Non so. E’ un po’ di giorni che abbandono abbastanza il conteggio metrico; si sarà notato. In questo senso forse canto ‘poetico’ ancor meno del solito. Quando parlo di “solitudine” so che riesco sempre poco a spiegarmi; sarà perché nemmeno lo spiego definitivamente a me stessa. Di certo quando provo a frangere, spormi oltre la mia solitudine, accade una cosa che non comprendo in altri da me, come un arretramento, una difesa, oppure una distanza contingente. Ma qui non voglio spiegarmi. La vivo come una specie di condanna, a volte; poi mi autointerrogo; alla fine resto in silenzio perdendo anche lo sconcerto e rimisurando l’immenso nel mio perimetro, con la percezione che, tuttavia, quell’immenso mi provenga comunque da altri, mai solo da me. Ecco: solitudine e alterità. Forse non c’è ossimoro o scissione tra queste, ma proprio il mistero di una totalità che umanamente non concepiamo se non all’infinito, e che nel finito trova unico adempimento nella genesi, ma lì, va detto, ripassa per scissione e diventa distacco e … Lo so: non mi sto spiegando, faccio anche peggio. Quindi mi taccio. Sottolineo soltanto che non credo più oggi sia un problema in me; quindi anche questo discorso non vuol essere noiosa esposizione di un soggetto o uno psicodramma dell’io.

Segue componimento, venuto tra ieri e oggi, domani forse, ma importa quando? Può essere…>>

….

Le solitudini non si toccano, non aggrappano

libertà o prigionia, sverginano la parola fino

al canto dell’osso, suggono il midollo nella linfa

del fiore acquatico, ma non si toccano, pulsano al

pube senza posa e senza mano, tengono i corpi

distanti da ogni contatto che ne infranga

l’impermeabilità alla contaminazione d’umori,

la perdita senza governo, l’infiltrazione piovana che

torna alla roccia, al suburbano latrinaio, ma non

torna al mare, all’essenziale via vieni senza scopo,

alla genesi incompiuta, l’onde prima del pianto,

il contegno della vergine presenza nell’assenza,

l’oscuro al mondo, il non impresso all’ecografica

impura; pura tengo la carne vuota del ventre,

retroverso ut ero, pura tergo l’ampolla

d’un organico vento, molle mantice fonde

l’acque di scorse impenetri e il pulsante rosso,

arcano mestruo, prima d’ogni evacuazione.

Le solitudini non si toccano, non puoi toccare senza

svanire la mia essenza con la tua prigionia, la tua libertà

presunta, non puoi toccare senza compromesso, io non

comprometto, non puoi toccare senza tatto, non puoi

toccare

….

d°’

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20 thoughts on “Dove si svergina la parola?

    1. la solitudine è bellezza dello star bene con se stessi, paura, anche; possibilità di rivolgersi agli altri a partire da un se autonomo e consapevole? anche questo. Però nel relazionarsi la cosa si complica. Quello diventa un’incognita sempre e comunque perché non dipende più solo dal sé, ma svela anche al sé la sua disappartenenza
      Notte Lila bella
      un sorriso che funziona di gran lunga meglio di questi arravuogli, ah! 😀 😛 ❤

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  1. non esiste impermeabilità assoluta né tra i corpi, né tra le anime. Siamo tutti porosi verso l’alterità, che si voglia o non si voglia sia che il sé sia smarrito (o fragile) sia che sia forte della sua consapevolezza. Monadi, si, ma con finestre che lasciano entrare voci sospiri ricordi, speranze o, semplicemente, il puro accadere del presente. Poi , a volte, le monadi si sfiorano più intensamente tanto intensamente che il cozzo rischia di far chiudere le finestre, ma è solo per poco. Ripeto nessuno di noi è impermeabile all’altro.

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