Non accettare caramelle da(gl)i (s)conosciuti. [Frammento 10. Per un’autobiografia in crossing over]

[Napoli, 19 dicembre 2015]

<<Ieri (18) chi mi ha letto sa che mi sono soffermata su un incontro di quelli che ti ricordano la sensazione di pace, la bellezza semplice d’abitare il proprio corpo, di abitare un luogo e condividerlo silenziosamente con altri abitanti, sia pur di passaggio. Ho sentito la carezza gentile anche senza tocco, una carne animata quando si lascia guardare, esposta senza pretese e senza paure; uno sguardo quando si posa discreto. Può bastare questo per capirsi vivi.

***

Oggi (19) vorrei vivere dello stesso bene di ieri, ma qualcosa mi ha toccato con un tocco diverso. La mia fragilità da sensibile apertura al mondo la sento mutare in debolezza, non so se debolezza mia, ma dei miei occhi sicuro perché hanno una lacrima che non saprei dire se di pietà per come l’umano a volte si manifesta malato senza malattia, perciò davvero malato d’una qualche forma di morte o di vita degenere. Fatto sta che: la ‘violenza’, l’aggressività, non le sopporto. Non sopporto che qualcuno si senta in diritto di abusare di un’immagine che gli appare delicata; non importa che io sia donna, potevo essere bambina, bambino, anche uomo, per me non cambia, anche se in quella mente ha contato che io fossi donna, alquanto giovane, sola, in un posto dove le difese sono precarie.

Verso casa mia non passano più i tram. Da qualche giorno la linea che collega direttamente su ferro il luogo dove vivo e il centro cittadino è sospesa per lavori stradali, credo, relativi alla stessa rete dei trasporti. Ciò ha comportato una serie di modifiche nei percorsi dei bus e nelle fermate dove aspettarli. Stamattina, nel far ritorno dal centro alla periferia, dimentica di questo mi sono diretta a piedi in un punto ‘morto’, nel senso che per un gran tratto prima di trovare la fermata ne hai da procedere… Ho gambe a lunga tenuta, essendo atleta, e mi piace camminare (sarà che fino all’età di 3 anni ho sempre viaggiato a piedi non potendo ancora la mia famiglia acquistare un’utilitaria; o sarà perché mi piace sentire il corpo andar di suo, non so), quindi via di buon passo. Ma il bus m’ha superato prima che arrivassi alla fermata più vicina. Mi ci sono diretta comunque dandomi il tempo di decidere se proseguire a piedi fino a casa o aspettare il prossimo. Vado a piedi, andiamo! La strada, lo ammetto, non è vietata ai pedoni, ma è a scorrimento alquanto veloce, e poco dopo la fermata in questione vi è lo snodo che immette le auto verso gli imbocchi di autostrada, non so, tangenziale, roba simile, dove, ovviamente, come pedone non ci vai. Se sei a piedi ti tocca, dunque, procedere sempre diritto, laddove ti è concesso, e su quella che per me, tra l’altro, è la strada perfetta verso casa.

Un’auto. Mi si ferma accanto, mi vedo guardata (non descrivo, vi prego, lo sguardo), il finestrino è aperto, io non salgo, non ho paura, è silenzio, da sempre silenzio, fermo i miei passi, faccio per tornare indietro, un cenno che tornerò indietro, l’auto sembra andare via, ma la miro a pochi metri fermarsi di nuovo, avanti a me, sull’unica strada che mi è concessa; resta lì, io non procedo, mi sento improvvisamente in trappola, non so che fare, non ho paura, ma ho rabbia, forse, e non voglio essere violenta, non voglio procedere e scoprire che devo reagire a qualcosa, e non voglio pensare sia possibile questo, e ho preso quel dannato cellulare e ho digitato il 112 per sicurezza, perché non voglio aggredire, perché, scusate se il racconto è stupido, ma non accetto di essere vista come una donna fragile, in un posto dov’è difficile fuggire, io non fuggo, ma… Non so se sia, poi, trascorso un minuto, due, tre, non so il tempo, so solo il luogo: la posizione di quell’auto. E’ andata via. Non ho aspettato il bus, non lo aspetto, io cammino da sola, io non mi fermo, perché non ho paura, ho sentimenti diversi; e in un attimo mi  torna tutta la vita. Mi ricordo di quando ero in prima media e il professore d’inglese ogni mattina mi chiamava accanto a lui, davanti all’intera classe e mi sentivo come una che deve fare la sfilata, farsi guardare, ma il mio sogno non era mai stato fare la modella, io volevo fare la pittrice. Mi vergognavo di quell’essere messa in mostra, mi vergognavo di quella gonna rossa a campana nell’ultima sfilata quando mi chiese di fare la giravolta, cosa che ho sempre amato fare, girare girare girare, ma non quella volta, quella volta IO NO. A mia madre quell’uomo aveva sempre detto che io ero una bambina particolare, chiusa, che non dava confidenza, imbronciata, con un carattere non so come…; e mia madre avrà capito tante cose, che io nemmeno capivo, quando tornata a casa quel giorno le dissi che: non volevo: fare la giravolta e: non volevo più: quel rituale mattutino; avrei forse preferito combattere, chissà, prendermi a cazzottoni e andar di corpo a corpo, come il nostro professore d’inglese faceva fare ai ragazzi. Fu trasferito non so dove, perché di colpo cadde un muro d’omertà: al mio scalciare seguirono altri racconti che fin lì non avevano avuto voce anche se avevano da sempre corpicini e giovani anime smaliziate o con quel pizzico di innocente malizia di chi assume per lusinga se le tettine son spuntate precoci e qualcuno si prende  cura della spallina della canotta che t’è caduta. A volte mi chiedo che fine abbia fatto quell’uomo, dove sia, se si sia tenuto in quei limiti che noi ci eravamo raccontati. Anche oggi che capisco tante cose, manco lontanamente immaginate da me all’epoca, non riesco ad avere sentimenti diversi dalla timidezza che mi faceva vergognare per quella sfilata. Provo rabbia, una rabbia che non saprei ben definire a parole, un fastidio, ecco. Ma non riesco a provare odio o: non so. Difficile da spiegare. Difficile.

***

A mia madre quand’era bambina la nonna faceva il “cocco” in fronte (anche ai maschietti si faceva il “cocco” in fronte). Mio nonno la teneva in braccio e qualcuno scherzando diceva: “Signor F., c’a vulite vennere a chesta criatura?”, per dire quanta bellezza ci fosse nella criatura. Mia mamma era davvero una bellissima piccerella, ma a Napoli ci metti in più la convinzione popolare che: ” ‘e criature so’ tutte belle” (maschietti, femminucce, cuccioli). Man mano che cresceva sbocciava come splendido fiore e, un giorno un giovanotto, noto vicino di casa, pensò di regalarle un altro fiore che le assomigliasse; invitò proprio lei a scegliere sola con lui il fiore più bello nel negozio paterno dove talvolta lavorava, ma mia madre che lo aveva seguito fino a un certo punto affascinata dalla possibilità di quel dono, si ricordò che la nonna le aveva ripetuto tante volte “nun te piglià’ niente a nisciuno, manco ‘e caramelle; si coccheduno nun te piace curre”… e mia madre così fece riportando l’accaduto a casa con un’agnizione e interpretazione di ciò che stava accadendo più lucida della mia in quei tempi di scuola.

***

Dovevo avere 16 anni, se non erro, quel dicembre che con un gruppo affiatato di amiche danzanti ci recammo ad Assisi per un’interessante convegno della gioventù a La cittadella. Era un inverno  gelido e c’era nebbia durante il percorso, ma noi stavamo benissimo e animavamo il pullman con la nostra complice gioia adolescenziale. A. con il suo fisico statuario, i lunghi capelli biondi e ondosi, gli occhi azzurri intensi, ballava affacciata al finestrino posteriore salutando l’autista dell’auto che ci seguiva e che si mostrava particolarmente compiaciuto di tale visione… all’urletto di A. e al suo balzo indietro repentino con fuga e nascondiglio, ci apparve in tutta la sua chiarezza… il compiacimento… del simpatico autista… Ne ridemmo per un per un bel po’… L’intero soggiorno ad Assisi fu colmo di risate, episodi da ricordare e belle emozioni. Tra le varie cose non mancarono gli incroci con altri ragazzetti, insomma, non mi dilungo. Stavamo proprio bene. Per discrezione verso le persone partecipi di quell’esperienza fermo qui il racconto non entrando nei dettagli di come accadde che una di noi ebbe l’urgenza di lasciarsi andare a una confessione su un evento accadutole l’estate precedente. La sua confessione mutò di segno l’ultima notte del nostro gioioso soggiorno. Notte insonne, notte di pianto solidale, notte che ti segna, anche se insieme il giorno dopo riprendemmo la gioia. Ma il segno, il segno di certe cose e di certe rivelazioni resta, ancora oggi vivo quanto allora. Le parole che nel componimento stanno tra virgolette non sono le mie, ma sono quelle parole che non cancellerò mai, perché vanno ricordate, perché le ricordo sempre, perché affondano nel discorso sul possesso nella corporeità e sul senso diverso che il possesso può avere nella vita…>>

Segue componimento che risale a qualche anno fa:

….

Non chiedere a un fiore perché vive.

Non chiedere la mano che strappa

la radice non propria.

T’ho conosciuto un giorno,

ignobile creatura senza volto,

in un antro d’affetto condiviso da

cinque vite di donna e cinque corpi in viaggio

tornati insieme dopo la goliardia dei sensi – con

l’altro sesso alcune, in pausa l’altre a favellare –

 

ché quando al fine il desinare ci tocca,

dopo il divergere lieve delle coscienze,

in un racconto libera e si scoppia :

il male inatteso della vita

– prima celato a botte

di riso per un passo sbilenco, imitazione giocosa –

 “Quando qualcuno prende qualcosa di tuo”

tuo resta il rimembro d’un contatto non voluto, ma

 

ancor più: l’ultimo stacco alato

d’un corpo che sfigurò

in prepotenza ogni tensione d’amore

….

Annunci

30 thoughts on “Non accettare caramelle da(gl)i (s)conosciuti. [Frammento 10. Per un’autobiografia in crossing over]

  1. esporre il proprio amore per la natura e gli esseri e, al tempo stesso, esporre il proprio sdegno per chi spossessa e reifica in corpi di legno creature innocenti(come la bimba che sorge dalle acque)…è condivisione dovuta e civile non sfogo personale, cosi come i versi che dedichi alla tua amica sconosciuta a noi, ma il cui urlo ancora vibra nei tuoi versi…è un peccato contro l’innocenza del mondo sfigurare “in prepotenza ogni tensione d’amore”…dico merda all’uomo nero che intristì il tuo viaggio per strada, dico merda a chi sfigurò la tensione d’amore della tua amica e carezzo (senza caramelle)…il viso della bimba d’acqua…buona notte cara

    Liked by 2 people

    1. sai, io oggi ho riflettuto tornando a casa, molto riflettuto, e mi rendo conto che forse nemmeno è una reificazione dei corpi, in realtà non so nemmeno se esista la reificazione in assoluto. Ora è tardi e sono stanca per riuscire a esprimere cosa intendo. E’ un discorso delicato. Ma dico solo che il fatto che reificare io lo ritenga impossibile sia nella prospettiva di un eventuale ‘facitore di violenza’ sia nella prospettiva di chi ‘si trova addosso violenza’, rende per me ancor più rilevante la questione della responsabilità, del possesso (che considero in diverse accezioni e sensi, alcuni positivi), .. scusa mi fermo perché davvero sono un po’ stanca. Ma mi premeva dare subito un segnale su questa cosa che giustamente esponevi
      Magari torniamo a incrociare domani qualche commento, non so. Ero anche molto perplessa se pubblicare questo scritto. Per tanti motivi. Non sono solita toccare alcune tematiche usando questo tipo di scrittura. Molto contraddetta in me. Forse meglio ora riposo
      Grazie Franz
      ti auguro una tranquilla notte

      Liked by 1 persona

      1. leggo solo ora…reificare significa (e lo sai bene) considerare l’altro “cosa” oggetto.E’ ovvio che l’altro sia invece in quanto persona mai reificabile e dunque ciò che si soffre è che un altro possa considerarti un nulla oggetto di violenza gratuita…comunque si è complesso il discorso, ma ribadisco che hai fatto bene a produrre un simile post

        Mi piace

        1. non so cosa sia bene perché non mi ci trovo nell’autobiografico; sento il rischio della parola ‘io’.
          Ma ieri m’è venuta così e mi assecondo. Sono passaggi di scritture: a volte si fanno questi passaggi preferendoli al nulla, che non esisterà, ma fa paura. Non so se dovrei farmi silenzio. Forse sta già accadendo che poco a poco perdo le parole, l’invenzione delle parole. Non lo so.
          Comunque grazie per l’incoraggiamento.
          ciao Franz

          Liked by 1 persona

            1. “Non so se dovrei farmi silenzio.”
              Anche il tuo silenzio, Dora, è colmo dei tuoi canti.
              Tu non stai perdendo nulla…
              Dora cara
              Ti abbraccio
              gb

              Mi piace

              1. Ti voglio bene, Dora, e ti sento molto più di quello che poche mie parole possano dire.
                Ti sento molto.
                E ti abbraccio
                La poesia è in te che credi di non poter più scrivere poesia
                La danza è in te

                Buona notte, cara D
                a

                Liked by 1 persona

              1. è come dire al vento “non soffiare” o al mare “non bagnare la terra”…dire l’impossibilità della poesia è poesia stessa…me lo scrisse molti anni fa un cao vecchio amico e ancora mi fa riflettere. sai?

                Mi piace

  2. “l’ultimo stacco alato

    d’un corpo che sfigurò

    in prepotenza ogni tensione d’amore”

    Oh Dora, ho colto tutto.
    Sono troppo stanca ora per scriverti un commento che ti possa far giungere il mio sdegno per che ho per questo distruggere con la violenza.

    Grazie, cara, per essere come sei e per scrivere quello che scrivi

    A presto!
    gb
    Ti abbraccio

    Mi piace

    1. “perché affondano nel discorso sul possesso nella corporeità e sul senso diverso che il possesso può avere nella vita…”
      Sì, Dora, questo è così importante.
      Con mente lucida…
      gb

      Liked by 1 persona

  3. “mi vergognavo di quella gonna rossa a campana nell’ultima sfilata quando mi chiese di fare la giravolta, cosa che ho sempre amato fare, girare girare girare, ma non quella volta, quella volta IO NO”
    IO NO.
    Come sento quel tuo “IO NO” (che è stato anche mio).

    Cara Dora cara
    a

    Mi piace

    1. Giorgio, io come creatura, anche prima di sentirmi donna, penso c’è tanta umanità triste, che non sta bene manco con sé e difficilmente riesce a stabilire un rapporto di com-passione e convivenza con gli altri. Eppure spero sempre di riuscire io stessa a non rispondere con ‘violenza’ a certi tristi comportamenti; mi chiedo sempre come possa io proteggermi, anche come donna, prima di dover reagire in modo troppo ‘forte’; mi auguro sempre di non trovarmi in una situazione estrema, perché non mi piace.
      Buona domenica
      una serata gentile, di buoni sentimenti, tra care persone…

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...