Intorno al Baobab

“quand’ero bambina una delle mie passioni più grandi erano i robots, quelli che potevo guardare alla tv, prima in bianco e nero, poi a colori. Non per questo sono cresciuta con animo indelicato e piglio violento; credo di averne preso, piuttosto, un impulso a proteggere; ma ognuno assorbe in un certo modo ciò che vede, e non sto qui stamattina ad indagare ed esporne le cause. Era solo per dire che, nonostante i robots, spesso ritenuti una cosa adatta ai maschi (ma cosa è adatto e a chi? chi lo dice?), avevo le mie bambole con cui parlare ogni tanto, con parole nella testa, perché loro le sentono comunque, e niente… Ammetto: alcune le ho amate di più, alcune cercavo di salvarle dalla bruttezza, perché mi parevano brutte, mentre oggi ho un’altra visione della bellezza; qualcuna me la costruivo io; ad ognuna davo un nome; e credo di conservarne ancora un po’ in certe zone della casa. Non so se quando ho (de)scritto questo ‘minimo canto’, senza versi, pensassi alle bambole, ma può starci. In fondo, stavolta, non l’ho scritto in bici, ma in un cantuccio della mia antica camera, anche se diversa oggi da allora. Confesso, sto dicendo una bugia, non pensavo alle mie bambole quando scrissi; era ed è soltanto una visione di intangibili creature che van ‘danzando’ intorno a un albero… può essere anche un altro albero”

….

Vi ho visti correre, intorno al Baobab, mentre oscillava felice nel più

incerto giorno, lui che conosce misteri a noi preclusi da ogni fede;

come vorrei adesso affidarmi al tuo sorriso piccola creatura cui diedi

nome prima o dopo ogni corpo; e nel tuo nome è corpo, nel tuo nome

è vento, nel tuo nome è mare, universo, creato, e oscilla ancora, intorno

al Baobab. Perché, mi chiedo, dal fiume sei andato così lontano a giocare?,

perché, ti chiedo, dal fiume sei andata così lontano a danzare, quel giorno,

era ieri, domani, non ricordo, non ricordo, non s’interroga la vita, mi hai detto,

quando ‘sì lieve si mostra, nella sua semplicità, e mi hai preso la mano

mentre si apriva il cielo e capivo le luci, quell’astro lontano, ciò che non

conosco e nemmeno vedo, ma tu sai tutti i segreti del cosmo, in questa

tenera mano, e lei sa come si canta la voce, il silenzio, lei sa come si canta,

mentre si scrosta anno in anno la ruggine nel vento, il vento torrido d’una

altra estate; eppure sento l’inverno adesso venire con neve candida, gelare

l’immagine, far peso al tronco nella sua gravità, eppure: tu scuoti le braccia,

e ridi e canti e piangi, ché ciondolando s’è staccata la gamba, rotolando

per strada, ieri sera, domani, non ricordo, vorrei ricordare il colore,

ogni giorno, fermare i corpi, i luoghi, il rumore, la stagione che viene, e

cos’è l’uomo senza memoria? com’è il futuro senza corpo?  Tu, dico tu, creatura

mai nata, sempre nata, col tuo piede nudo, girerai ancora gioiosa intorno al Baobab?

Tu che conosci tutti i segreti del cosmo, e sai com’è la luna senza sole, il buco nero

rovesciato, l’ondeggiare delle dune, l’altra faccia della luna, quando mi guarda

pallida e già splende, intorno al Baobab…

….

d°’

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23 thoughts on “Intorno al Baobab

  1. non possiamo fermarci. con pudore e con misura abbiamo bisogno di aprire visioni di vita, Giorgio. Ne abbiamo bisogno tutti. Ne ha bisogno chi adesso piange più di noi e non può non piangere; ne abbiamo bisogno noi che cerchiamo di esserci, fosse pure mettendo meno superficialità nelle nostre minime azioni quotidiane, nel nostro rapporto di convivenza con ogni creatura che incontriamo nelle nostre giornate. Scrivere di piccole creature che ‘danzano’ è ricordarsi la nostra responsabilità non solo verso il passato, ma verso chi verrà, o verso quei piccoli che prima ancora di capire come va il mondo cerchiamo di spegnere nel loro sorriso e nei sogni e nella vita stessa. Perché accade, purtroppo. E noi dimentichiamo. Non si dimentica, non si deve dimenticare, nemmeno la semplicità si deve dimenticare. Può sembrare fuori luogo e lo so, me ne assumo la responsabilità, ma se io oggi vedo l’albero di vita oscillare, se riconosco come oscillano gli alberi nel vento, e vedo quei bambini, e si apre questa speranza, chiamala così, ed è universale, c’entra anche Parigi. Il sangue non si scrosta come la ruggine ogni due anni, il sangue resta, il sangue che ha preceduto questo sangue è ancora li, da secoli, è in ogni luogo. E resta in ogni corpo che qualcuno non ha saputo amare senza rendersene conto, in ogni corpo che noi dimentichiamo, perché è umano anche dimenticare.
    scusate, io sono fatta così, mi devo dire le cose o non so davvero vivere, e mi vergogno a piangere.

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  2. è un po’ come tornare bambini, nell’animismo universale che è proprio degli infanti…e con quell’animo gentile che amava ufo robot ed il suo maglio perforante contro le forze del male che scagli il tuo maglio fiore di bambole danzanti intorno a un baobab…contro l’incomprensibile oscurità di questo male ch’ora ci attanaglia…ciao Dora

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    1. l’animo gentile, si, io penso, bambini, adulti, quello si è, non va mai perso. Poi la capacità di dar nome e vita alle cose, quest’atto d’invenzione che è poi scoperta, quello a volte si tende a vederlo come una cosa dell’infanzia, ma non è così, non dovrebbe essere così
      serena serata, Franz, grazie del commento

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      1. oltre l’animo gentile che è il fondamento la capacità che hanno i bambini e che noi dovremmo serbare di dar vita a tutte le cose, con lo stupore e la meraviglia, quella vita, quolllo stupore, quella meraviglia non conoscono morte dora, questo intendevo…

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  3. Nel leggerla mi sono ritrovato bambino quando non conoscevo la tristezza nel cuore causata dal Male e credevo, quando capivo di ingiustizie e dolori patiti,che sarebbe accaduto il contrario, che qualcuno avrebbe comunque rimediato. Mi ricordo di girotondi intorno a un largo pioppo nel Viale dei Bambini (esiste veramente un viale con questo nome) e mi buttavo per terra insieme agli amichetti e urlavo guardando le nuvole. Ecco forse questo era il mio baobab. Grazie Dora.

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  4. ti ringrazio per aver condiviso questo tuo splendido ricordo d’infanzia.
    non ti nascondo che io, se posso, mi fermo ancora volentieri a guardare le nuvole e a cercarci immagini…
    penso anch’io di avere avuto un’infanzia fiduciosa nel Bene, anche se nel candore penso di avere sempre percepito comunque il dolore, allora fuggendolo, finché possibile, non accettando che il mondo potesse anche soffrire.
    si, il baobab, forse ognuno di noi ne ha avuto uno, speciale, indimenticabile, che in certi momenti, anche difficili, può ritrovare a fargli forza
    grazie ancora, LuxOr
    ti auguro una serena serata
    ciao

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    1. Girare, girare, girare su se stessi, cadere su un prato e guardare le nuvole, incantantarsi, raccontarsi la storia di ogni nuvola e levare un canto non so a chi, non so quale, ma uno sicuramente esce dalla noi sdraiati sull’erba…
      Noi bimbi.
      Noi uomini.

      Ecco mi è venuto in mente questo.
      L’ho scritto.

      Dolce notte, Dora
      gb

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      1. girare di gioia, d’amore, forse d’ombra, anche d’ombra, come se il vortice sciogliesse il nero in bianco, la parola in canto, accendendo la luce nei corpi, nelle notti distanti.. e mi fermo o davvero mi gira la testa… Notte anche a te ignota ai molti, nota agli e-letti
        ciao

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        1. Giriamo, giriamo, accedendo ogni lucina colorata in noi, Dora, giriamo, ridiamo e… cadiamo sul letto e guardiamo su, in alto. Il cielo con le stelle ha bucato il soffitto, è entrato per farci compagnia e la luna ci sorride crescente.
          Giriamo, giriamo, giriamo, Dora.

          Grazie.
          A presto!
          Dormi bene.
          gb
          🙂

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              1. Cambio il mio desiderare in modo improvviso.
                Non ti preoccupare.
                Sono abituata a questo mio modo di essere, così volante (girante).
                Ti sorrido, Dora.
                Grazie ancora
                gb

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