annotazione: libertà di scrittura come partecipazione?

“uscire dalla strumentalizzazione ridondante del linguaggio, restituirlo alla coscienza dei corpi (atto del farsi coscienti, azione continua in tal senso); corpi: vite che sono messe in gioco, ma che specificamente si mettono in gioco, ogni giorno.

solo in questa misura ha un senso pure che scrivo.

ps: nessuno reclami sull’uso del ‘ma’ ”

d°’

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6 thoughts on “annotazione: libertà di scrittura come partecipazione?

  1. yes Dora, but it’s a dream, but a shadow…(non è che un sogno, un’ombra) l’unico linguaggio che che s’innerva nella coscienza dei corpi è il toccarsi…per il resto , come dice l’Amleto che ti ho citato o ancora il mio amato tasso “è un ecco, è un sogno, anzi del sogno è un’ombra” Buona notte…

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  2. non me ne volere, ho capito il tuo commento, bello, ma… non riesco a collegarlo all’annotazione… cioè… non so, l’avevo scritta ieri mattina a seguito di alcune letture, ascolti, sulla politica, la cronaca, quello che si fa un po’ tra il caffè e l’avvio di giornata, e… senza esagerare, ingigantire, mi stavo chiedendo che azione può avere questo mio scrivere rispetto al relazionarsi sociale, etc.
    Tu sai che da quando ho smesso le scritture scientifiche e ho spostato tutto sulla scrittura poetica (ormai è tanto tempo) non ho smesso, tuttavia, di interrogarmi su questo. Anzi. E il fatto che io abbia sospeso quelle scritture proprio mentre mi si comunicava che stavano circolando con una loro azione è ancora più significativo in questo mio interrogarmi.
    Cioè… visto che c’entra anche con Hamlet, è vero, lo cito in tag, ma.. non riesco a sciogliere il tuo commento. Si, tu dici “toccarsi”, credo ti riferisca al ‘contatto’/’connessione’ che il comunicare chiede se si vuole agire in relazione sia pur scrivendo, e credo tu intenda ‘sogno’ come ‘ideale’, non so, come forza del pensiero che ha da farsi azione? Tuttavia mi piace pensare il nostro essere corporeità come un qualcosa di non scisso da un certo punto di vista, ma è un discorso lungo e ora devo proprio mettere il passo nella giornata del fare
    fammi luce, mi interessa sempre il confronto

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  3. C’è poco da far luce la scrittura serba quote di ambiguità e da queste nascono discorsi ancora più pieni e densi di quanto si potesse prevedere, come in questo caso…e poi, dora,, anche la tua poesia conserva il rigore del tuo approccio scientifico, è bene che tu lòo sappia non si vive scissi e a compartimenti la tua formazione ti si è innervata nella mente e nel corpo…ciao

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    1. Troppo buono.
      Il problema è che io penso di dover trovare un modo per uscire dalla pagina solo come foglio scritto, cosa bellissima, certo, in grado anche di circolare e confrontarsi, ma agire nel mondo forse ha bisogno d’un passo in più. Non lo so. Soprattutto in Italia, che è un paese dove la parola viene troppo spesso abusata, uno certe domande se le fa. Ma è un discorso lungo e mi fermo. E’ che non so quanto riesca io ad uscire dal mio raggio ‘personale’ d’azione quando scrivo. Non so quanto riesco a far arrivare anche alcune tematiche e alcuni episodi di vita che osservo. La poesia proprio nella sua dimensione d’ambiguità possibile mi porta ad autopormi queste domande. Ma poi è proprio il ‘comunicare’ che uno interroga. Anche il corpo uno lo interroga. Insomma: mi sento un punto interrogativo.
      buona serata, prima che il mio delirio non abbia fine

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