Annotazione 1 sulla Corporeità della scrittura

“la scrittura come illusione. ci penso. stamattina. sempre. l’illusione che la parola e i suoi interstizi senza logica, che la parola come proteica della mia carne (non ho detto prometeica) possa richiamare la realtà tangibile dell’alterità. Ma la parola resta desiderio, mancanza incolmabile, finché resta parola; e la parola scritta abbandona il corpo stesso che la scrive (in ascolto d’altri corpi oltre il suo), supera il confine d’ogni appartenenza e giace ai tuoi piedi, davanti alle tue mani (bacini di nulla), come ramo divelto, muto, che non guardi attonita e non sai più accarezzare per paura d’infrangerlo ancora. Immaginazione, si dice, Realtà, si dice, il Sogno, poi, si dice: con tutte le sue declinazioni di mezzo. Mi disinteresso al sogno, troppo precario, troppo propenso ad ammalarmi d’horror vacui, o d’amor vacui. Quando conoscerò la differenza che passa, l’abisso incolmabile e insanabile, tra scrittura e realtà, forse vivrò meglio, ma avrò perso la bellezza delicata e discreta d’ogni tatto, mi farò disinteressata a ogni ascolto, disinteressata a ogni possibilità d’incontro (sia dall’altro lato d’una riva, sia sulla stessa riva aderendo fisicamente, carnalmente, come vorrei). Avrò perso la speranza di quei popoli che con un canto hanno salvato generazioni allo sterminio d’ogni memoria e d’ogni nuova genesi. Ed è dissacrante, irrispettoso, lo so, questo confronto tra una scrittura in questo istante minima, troppo intima, personale, fatta di corpo che non conosco, ma è l’unico corso della storia che ridà senso al mio risveglio, mentre non rinuncio al canto, anche se so che potrebbe fermarsi di pomo in gola, un attimo prima del tatto che giunge il mio genio e il mio fisico: unisono verso questa tastiera.

Non leggere le mie parole come un corpo magnifico di donna disteso, con le sue piccole colline, la bocca di voglie, il pube d’argento nella notte, che potrebbe venire. [Vorrei leggere le mie parole come un corpo magnifico di donna disteso, con le sue piccole colline, la bocca di voglie, puro il pube d’argento, che potrebbe venire]. Lo so, adesso già mi si ferma in gola, la parola e l’illusione che si sciolga il canto. E umanamente già mi manca la carne che l’ha generato. Come può mancarmi? distante secoli tra te che scrivi [poeta] io che leggo, io che scrivo, tu che mi leggi [lettore], ora , un giorno, mai. E non mi so spiegare, né mi piego, lo so,  a dispersioni sonore, a dispersioni d’umori fatti corpo, nonostante. Innamorata d’ogni parola non mia, d’ogni carne vera, impura, oltre l’immaginario. Infastidita, ma indissolubilmente fusa a ogni parola che mi lascia, che si lascia, la mia: esposta alla deriva dei sensi, nell’inadeguatezza ad ogni conoscenza.”

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15 thoughts on “Annotazione 1 sulla Corporeità della scrittura

  1. Quanti spunti su cui riflettere: alterità e immanenza della parola in carne, spazialità della scrittura, dolore del distacco da essa, sua autonomia quale corpo che viaggia tra mille occhi e corpi…da leggere e rileggere più volte.

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    1. È impossibile che non ti abbia risposto al commento all’epoca, ma mi sto trovando in molti articoli dei buchi. Possibile che wp dopo un certo numero di commenti li cancelli?
      Provo a rispondere di nuovo anche perché non ricordo cosa posso aver risposto

      Era una nota che tornava a note e pensieri precedenti, anche di anni prima, mentre mi trovavo a lavorare a scritture a piu strati. Che intendo? Scrivendo su altri e su parole altrui il mio problema era che da un lato tendevo a immedesimarmi, dall altro tendevo al distacco, ma quella che scriveva ero pur sempre io col mio corpo. Come fare a operare un trasferimento vitale pur senza perdere la distinzione tra i livelli? E cosa succede a tutto questo se da una scrittura saggistica ti sposti nel creativo? Dramma…
      È in fondo sempre il problema della scrittura come archivio vivente? Bo?

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      1. ah ah ah…il commento postumo è un’esperienza nuova…dovrei ricostruire il contesto da cui mi nacque..comunque so d’accordo con te…è un po’ quello che accade a un drammaturgo, in particolare, quando deve far vivere altri, ma gli trasferisce quote della sua anima

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  2. L’ha ribloggato su Erospeae ha commentato:

    non lo so. non so quante cose vedo diversamente da ciò che scrissi in questa nota; io che non trovo mai un punto davvero fermo che mi faccia idea, idee. Dove e come nasce la parola quando la scriviamo… con il suo proprio corpo, con la sua sonorità, con tutto quello che la fa parola… questione aperta…

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  3. “Non leggere le mie parole come un corpo magnifico di donna disteso, con le sue piccole colline, la bocca di voglie, il pube d’argento nella notte, che potrebbe venire.”
    Basterebbe anche e solo questo, per dire di quanto la parola sappia farsi corpo-rea, rea di corporeità, ovvero di fascinazione e concretezza. Pure quando esprime concetti così idillicamente suadenti…
    Bacio scintillante di stelle……

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    1. Molto interessante quel che dici sulla scrittura “rea di corporeità”, sia nel senso di portare con se comunque la densità, la sostanza di chi scrive, sia nel senso del distacco dal corpo autoriale. È come un doppio movimento che confluisce nella stessa carne altra della scrittura

      E di qui interessante ancora la partita che questa scrittura si gioca nel lettore

      Per non entrare in altre situazioni di scrittura come evento tentato estemporaneo…

      Una serata armoniosa e di poesia per te

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      1. E’ un”doppio movimento”che si vorrebbe avvolgente, quando si scrive, al fine di coinvolgere il lettore in una allucinazione che si faccia comune nel sentire, come nella corporeità delle sensazioni… Sì, è una partita aperta e vale la pena di giocarla fino in fondo…

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  4. La parola, che inevitabilmente si fa sensi, a me piace pensarla venire da dove la realtà, sconfinandosi, diventa insieme storia e visioni, tutto il già sentito e tutte le future scintille tra ogni sé e il mondo – originare quindi da un corpo e il suo non-corpo.
    A volte m’appare limpido che la parola si scarna e s’incarna tra accidenti e contingenze, culture e situazioni, disposizioni e accoglimenti, performata nel momento da l’intreccio complesso di forze a cui diamo esistenza e in cui esistiamo. Allora la vedo essere corpo più il suo intorno tutto.
    Però quello che più mi piace è quando la sento pulsante, vivida, quando mi diventa flusso tra dentro e fuori, mio, tuo, suo, quando ci mischia e ci separa, ci separa e ci mischia. Allora non m’importano la sua essenza e la sua origine, né i suoi destini, chi l’abbia portata in gola, chi possa voler nutrire.. Ma sono attimi assoluti (cit), e rari.

    Prezioso questo tuo proporre interruzioni del dato per scontato..

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  5. stupendo il tuo commento… un flusso che m’invade sentitissimo e condiviso…

    l’esserci tra le pieghe dei corpi… le stratificazioni dell’esistenza…la scrittura come una sorta di archeologia a palpiti di cuore e di fiati… lo stupore dell’ “inventare”… il lampo nel fluire delle mutevoli nuvole in continuità… … …

    grazie immensamente per questo tuo pensiero, preziosissimo…

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